venerdì 14 Agosto 2026

Iran, petrolio ‘ostaggio’ dello Stretto di Hormuz: ecco perché il piano B non c’è

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – La geografia, le rivalità politiche ed i limiti delle infrastrutture hanno lasciato i Paesi del Golfo senza una reale allo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico da cui transita gran parte del petrolio e del gas della e che la guerra in Medio Oriente ha di fatto quasi bloccato. E’ quanto emerge da un’analisi del , secondo cui il sistema energetico globale si trova di fronte a uno dei rischi più temuti: la chiusura dello stretto che collega il Golfo al resto del mondo. 

Nonostante da tempo sia ritenuto un possibile ‘collo di bottiglia’ per l’ globale, la commercializzazione della maggior parte del petrolio e del gas, prodotti nelle petrolmonarchie, continua a dipendere quasi esclusivamente da questo braccio di mare. Le alternative, costruite negli anni, come oleodotti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, possono trasportare solo una quota limitata della produzione complessiva. 

 

La guerra, scoppiata ormai più di 2 settimane fa, ha riportato il problema al dell’attenzione. Nella seconda settimana di ostilità il traffico attraverso lo Stretto si è quasi fermato, facendo salire il petrolio oltre i 100 al barile per la prima volta in quasi quattro anni. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie), le di petrolio attraverso Hormuz sono scese a meno del 10% dei livelli precedenti al conflitto, mentre fin dai primi giorni il Qatar ha sospeso il processo di liquefazione del gas, destinato all’esportazione. Di conseguenza petrolio e gas restano bloccati nella regione, mentre i serbatoi di stoccaggio si stanno riempendo rapidamente. 

 

La mancanza di alternative è dovuta essenzialmente alla geografia e alle tensione tra i Paesi dell’area. Per molti produttori, l’unico modo per evitare lo stretto sarebbe costruire oleodotti attraverso Paesi vicini, un’ costosa e complicata dal punto di vista politico. Il Qatar, ad esempio, confina via terra solo con l’Arabia Saudita, con cui ha avuto una lunga crisi diplomatica che si è risolta solo cinque anni fa. Inoltre anche gli oleodotti sono vulnerabili agli attacchi. “Non c’è nulla di totalmente sicuro – ha spiegato John Browne, ex ceo di Bp – Chi ha cattive intenzioni può colpire le infrastrutture energetiche in molti modi”. 

Alcuni corridoi alternativi esistono, ma sono limitati. Gli Emirati hanno costruito un oleodotto da Abu Dhabi al porto di Fujairah, che evita Hormuz, mentre l’Arabia Saudita dispone di una grande infrastruttura verso il capace di trasportare fino a sette milioni di barili al giorno. Tuttavia una parte significativa di questa capacità è destinata alle raffinerie interne del regno, lasciando solo circa cinque milioni di barili al giorno disponibili per l’export alternativo. Senza accesso a Hormuz, ha avvertito il ceo di Saudi Aramco, Amin Nasser, il mercato petrolifero potrebbe affrontare “conseguenze catastrofiche”. 

 

 

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