(Adnkronos) – Tra cavalieri, cani randagi e rituali apotropaici, le sculture dell’artista belga Jan Fabre trasformano gli spazi della Scuola Grande di San Rocco a Venezia in un percorso immersivo sulla fragilità umana, la memoria familiare e la partecipazione del pubblico. Dal 9 maggio al 22 novembre lo storico edificio che custodisce il monumentale ciclo pittorico di Jacopo Robusti detto il Tintoretto, uno dei massimi capolavori del Rinascimento veneziano, ospita la mostra “Jan Fabre The Quiet Source” che presenta tre nuove sculture di Jan Fabre: “The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father)” – L’uomo che impugna la spada (Il Giuramento di mio Padre) -, “The Artist as a Stray Dog in His Basket” – L’artista come cane randagio nella cesta – e “The Man Who Cuts the Grass” – L’uomo che taglia l’erba.
Installate lungo l’asse centrale dell’edificio, le opere di Jan Fabre instaurano un’interazione con i dipinti di Tintoretto, generando un dialogo tra passato e presente, tra due linguaggi artistici separati da secoli ma accomunati da una medesima indagine sulla luce, sulla spiritualità e sull’esperienza umana. La rassegna, curata da Giacinto Di Pietrantonio e Katerina Koskina, organizzata da Galleria Gaburro e Linda and Guy Pieters Foundation, si tiene in concomitanza con la 61/a Biennale Arte.
Figura di rilievo nel panorama artistico contemporaneo, Jan Fabre (Anversa, 1958) ha sviluppato un percorso interdisciplinare che abbraccia disegno, scultura, installazione, film e performance. Per questo appuntamento veneziano, Jan Fabre si confronta con l’eredità di Tintoretto attraverso il linguaggio della scultura, eleggendo come suo portavoce privilegiato il bronzo al silicio, una materia la cui superficie amplifica la luce e conferisce alle opere una sorprendente qualità di presenza e quasi di immaterialità. La luce, del resto, è al centro della pittura veneziana. Attraverso il suo uso drammatico ed espressivo, artisti come Giorgione, Tiziano, Paolo Veronese e Tintoretto trasformarono lo spazio pittorico in una dimensione dinamica, fluida e vibrante.
Il percorso espositivo si apre al piano terra con “The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father)”, che raffigura Fabre con il volto del padre mentre solleva una spada verso il cielo in un solenne gesto di giuramento. La posa richiama l’archetipo del cavaliere, evocando la tradizione cavalleresca medievale e la missione storica della Scuola Grande di San Rocco, da sempre dedicata alla protezione dei più vulnerabili.
Nella Sala Capitolare, “The Artist as a Stray Dog in His Basket” ritrae l’artista nelle sembianze di un cane randagio rannicchiato in un cesto, con una marmotta appoggiata sulla schiena – un affettuoso riferimento alla moglie di Fabre, Joanna. La marmotta diventa così simbolo di amore, benedizione e buona fortuna. Il cane richiama l’iconografia di San Rocco, santo patrono associato alla Scuola, tradizionalmente raffigurato con il cane che lo nutrì durante la peste. “The Man Who Cuts the Grass” è installata nella Sala dell’Albergo, sotto la Gloria di San Rocco di Tintoretto. Qui Fabre appare a carponi con il volto del fratello Emiel, mentre metaforicamente taglia fili d’erba con un piccolo paio di forbici. Il gesto richiama un rituale popolare volto a scacciare gli spiriti maligni lungo il cammino verso casa, mentre la postura della figura, piegata verso il suolo, evoca un gesto di umiltà, reverenza e vulnerabilità esistenziale.
Concepita affinché i visitatori possano sedersi su di essa, la scultura introduce una dimensione performativa che trasforma il rapporto dello spettatore con il lavoro, invitando a riflettere sulla partecipazione, sulla libertà e sui confini mutevoli tra contemplazione e interazione.
“Quella luce è la stessa – sottolinea Giacinto Di Pietrantonio – con cui Fabre crea connessioni tra mondi diversi, riflettendo sulla logica dell’origine attraverso una forte malinconia. In mostra s’inscena un confronto diretto con Tintoretto, in alcun modo antitetico ma cooperativo; si costruisce una soglia che permette di osservare e raffrontare due epoche estremamente simili, per quanto ovviamente disomogenee”.
“Jan Fabre – afferma Katerina Koskina – è un artista rivoluzionario, iconoclasta e sovversivo. In questo contesto, le sue installazioni in grandi musei (Galleria degli Uffizi, Museo del Louvre, Museo dell’Ermitage) o in antichi palazzi e scuole teologiche (Nuova Grande Scuola di Santa Maria della Misericordia e oggi la Scuola Grande di San Rocco), monasteri e chiese (Abbazia di San Gregorio, Cappella del Pio Monte della Misericordia) sono tutt’altro che casuali. Si tratta di contesti ideali per un’esperienza estetica, fisica ed esistenziale attivata dalla storia, dalla “messa in scena” e dalla memoria, che coltiva la relazione dialettica tra passato e presente e sottolinea l’atemporalità dell’arte”.
Collocate al centro delle sale tra il piano terra e il piano superiore dell’edificio, le opere formano una sorta di spina dorsale che attraversa l’architettura come un metaforico Albero della vita. Nel loro insieme, le sculture costituiscono una trilogia incentrata sui temi della famiglia, della memoria e della mitologia personale. Tutte presentano il corpo dell’artista, ma due di esse hanno il viso del padre Edmond e una del fratello Emiel, morto in tenera età, prima che Jan nascesse.
Il percorso espositivo si apre al piano terra con “The Man Who Holds the Sword (Oath of My Father)”, che raffigura Fabre con il volto del padre mentre solleva una spada verso il cielo in un solenne gesto di giuramento. La posa richiama l’archetipo del cavaliere, evocando la tradizione cavalleresca medievale e la missione storica della Scuola Grande di San Rocco, da sempre dedicata alla protezione dei più vulnerabili.
Nella Sala Capitolare, “The Artist as a Stray Dog in His Basket” ritrae l’artista nelle sembianze di un cane randagio rannicchiato in un cesto, con una marmotta appoggiata sulla schiena – un affettuoso riferimento alla moglie di Fabre, Joanna. La marmotta diventa così simbolo di amore, benedizione e buona fortuna. Il cane richiama l’iconografia di San Rocco, santo patrono associato alla Scuola, tradizionalmente raffigurato con il cane che lo nutrì durante la peste.
“The Man Who Cuts the Grass” è installata nella Sala dell’Albergo, sotto la Gloria di San Rocco di Tintoretto. Qui Fabre appare a carponi con il volto del fratello Emiel, mentre metaforicamente taglia fili d’erba con un piccolo paio di forbici. Il gesto richiama un rituale popolare volto a scacciare gli spiriti maligni lungo il cammino verso casa, mentre la postura della figura, piegata verso il suolo, evoca un gesto di umiltà, reverenza e vulnerabilità esistenziale. Concepita affinché i visitatori possano sedersi su di essa, la scultura introduce una dimensione performativa che trasforma il rapporto dello spettatore con il lavoro, invitando a riflettere sulla partecipazione, sulla libertà e sui confini mutevoli tra contemplazione e interazione. (di Paolo Martini)
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