Keir Starmer ha annunciato l’addio proprio nei giorni del decimo anniversario del referendum sulla Brexit. Dal voto del 23 giugno 2016, il Regno Unito è entrato in una lunga stagione di instabilità: sei primi ministri, governi caduti uno dopo l’altro, crisi economiche, tensioni costituzionali e crescita del nazional-populismo di Nigel Farage.
Da Cameron a May
Il primo a cadere fu David Cameron. Aveva convocato il referendum per chiudere la frattura europea dentro il Partito conservatore e nel Paese. Accadde l’opposto: il Leave vinse con il 51,9% e il giorno dopo Cameron annunciò le dimissioni.
Theresa May ereditò il compito più difficile: trasformare il voto in un negoziato con Bruxelles. Attivò l’articolo 50 del Trattato Ue, ma rimase intrappolata tra i falchi conservatori, gli unionisti nordirlandesi, Bruxelles e un Parlamento senza maggioranza solida. Le elezioni anticipate del 2017, pensate per rafforzarla, la indebolirono. Il suo accordo sulla Brexit fu bocciato più volte e nel 2019 fu costretta a lasciare.
Johnson e i 49 giorni di Liz Truss
Boris Johnson arrivò promettendo di «fare la Brexit». Vinse nettamente nel dicembre 2019, portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea il 31 gennaio 2020 e chiuse il periodo di transizione alla fine dello stesso anno. Ma nemmeno lui riuscì a stabilizzare il Paese. La pandemia, le tensioni interne e gli scandali travolsero la sua leadership. Nel 2022 dovette dimettersi dopo una valanga di abbandoni nel governo.
Poi arrivò Liz Truss, simbolo perfetto della crisi post-Brexit. Rimase a Downing Street appena 49 giorni: il suo piano di tagli fiscali non coperti spaventò i mercati, fece crollare la fiducia, costrinse la Banca d’Inghilterra a intervenire e il partito a metterla alla porta.
Sunak e la fine del ciclo conservatore
Rishi Sunak subentrò con l’obiettivo di ricostruire credibilità economica e disciplina politica. Riuscì a raggiungere con Bruxelles il Windsor Framework sull’Irlanda del Nord e tentò di chiudere la fase più caotica dei governi Tory. Ma il Paese arrivò alle elezioni del 2024 logorato da inflazione, crescita debole, servizi pubblici sotto pressione e stanchezza verso i conservatori.
Il partito conservatore registrò il peggior risultato elettorale dalla sua fondazione, ottenendo il 23,7% dei voti e 121 seggi su 650 alla Camera dei Comuni, 251 in meno rispetto alla precedente legislatura. La sconfitta chiuse quattordici anni di dominio Tory.
Il fallimento di Starmer
A vincere quelle elezioni fu Keir Starmer, che riportò il Labour al potere con una larga maggioranza e una promessa precisa: stabilità. Dopo anni di caos conservatore e di tagli alla spesa sociale, il nuovo premier si presentava come il volto del pragmatismo e della ricostruzione dei servizi pubblici.
Il consenso, però, si è consumato rapidamente. Il costo della vita, le sconfitte locali dei laburisti, il caso Mandelson e la crescita di Reform UK hanno riaperto la crisi. Starmer lascia dopo soli due anni, mentre Farage avanza e il Labour cerca un nuovo leader per evitare il tracollo.
La Brexit, dieci anni dopo
Starmer esce di scena proprio alla vigilia del decimo anniversario del voto che, nei piani dei favorevoli alla Brexit, avrebbe dovuto restituire controllo e stabilità al Regno Unito. Da allora il Paese ha cambiato premier a un ritmo senza precedenti nella sua storia, attraversando crisi economiche, sanitarie e istituzionali, e assistendo alla crescita di una destra nazional-populista sempre più forte.
A latere, ha dovuto fare i conti anche con la morte della regina Elisabetta, i veleni tra il principe William e suo fratello Harry, la malattia di re Carlo e della principessa Kate.
La Brexit è diventata la cornice di un decennio di instabilità, in cui nessun governo è riuscito a trovare la quadra per far ripartire il Paese. E il peggio, forse, deve ancora arrivare.
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