Oggi, durante l’audizione sul Documento di finanza pubblica, il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli ha risposto all’attacco della premier Giorgia Meloni. Alla leader di Fratelli d’Italia, infatti, i dati Eurostat sul rapporto tra deficit e Pil proprio non vanno giù. L’Italia rimane nella procedura Ue per i disavanzi eccessivi, con il 3,1%. Quindi sopra la soglia imposta dalla Commissione, che si attesta al 3%. E per giustificare il risultato, la presidente del Consiglio – oltre a puntare nuovamente il dito sul Superbonus – ha alluso a un’analisi sbagliata dei conti da parte dell’istituto di statistica. “Sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di Pil in più rispetto ai 2.258 al momento stimati”, la premessa che segue l’affondo, “il paradosso è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo”.
E così in mattinata, Chelli ha spiegato che la verifica sui conti di finanza pubblica avviene con cadenza semestrale e sotto “il coordinamento tecnico dell’Eurostat”. Dunque l’Istat, che mantiene un ruolo “autonomo e indipendente”, esegue un lavoro di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte – come, ad esempio, la Banca d’Italia e il ministero dell’Economia e delle Finanze – garantendo “coerenza tra le varie fonti informative”. Una risposta puramente tecnica, che tuttavia è volta a dissociarsi dall’attacco velato della premier. Tanto che a intervenire è anche Stefano Menghinello, direttore del Dipartimento per la produzione dei dati economici, che sottolinea come ogni valutazione vada fatta secondo le regole europee.
Non è più solo nazionale, chiarisce, ma “congiunta” con Eurostat. Il nodo, secondo Menghinello, non è solo evitare di ridimensionare l’autorevolezza dei dati Istat, ma anche di manifestare pubblicamente un giudizio negativo sull’affidabilità di Bruxelles. Riferendosi, come ha fatto Meloni, a presunte “riserve sui conti”. Più schiacciante è infine la precisazione sulla soglia del 3%. Il direttore della Contabilità nazionale, Giovanni Savio, ha spiegato che – peraltro – il disavanzo che ha impantanato il Paese nella procedura Ue non è solo dello 0,1%. La Commissione Ue, infatti, considera superato il valore di rischio se il rapporto deficit/Pil oscilla tra il 2,94 e il 2,99. E solo a quel punto prevede l’esclusione dalla procedura.
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