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sabato 18 Aprile, 2026
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violoncello ph pixabay

Suonare strumenti aiuta il potenziamento della memoria?

Una ricerca internazionale guidata dall'Università di Padova esplora il legame tra la pratica musicale e il potenziamento della memoria, svelando benefici cognitivi inaspettati

Da Davide Cannata
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Suonare uno strumento non significa solo padroneggiare note e ritmi: chi fa musica mostra una memoria a breve termine più sviluppata rispetto a chi non ha una formazione musicale . Le nuove evidenze arrivano dal progetto internazionale The music ensemble, guidato dal Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, che ha coinvolto 1200 persone tra i 18 e i 30 anni, di cui 600 musicisti esperti e 600 non musicisti . Lo studio, coordinato da Massimo Grassi e Francesca Talamini, si inserisce nell’ottica di una scienza aperta, trasparente e collaborativa, grazie al lavoro congiunto di 110 ricercatori appartenenti a 33 laboratori in 15 Paesi .

Le persone che suonano hanno ottenuto risultati migliori in tutti e tre i domini della memoria a breve terminemusicaleverbale e visuo-spaziale . “Com’era prevedibile, hanno ottenuto risultati migliori nei test relativi al dominio musicale, dove hanno registrato in media il 29% di risposte corrette in più”, precisa Talamini, sottolineando come il vantaggio si estenda, seppur in misura minore, anche ai compiti visuo-spaziali e verbali, con incrementi rispettivamente del +6% e +4% .

Oltre le note: vantaggi cognitivi e tratti di personalità

L’ampiezza del campione ha permesso di cogliere sottili differenze anche al di là della memoria a breve termine . “Grazie all’ampiezza del campione, i dati raccolti hanno permesso di individuare alcune sottili differenze a favore dei musicisti anche per quanto riguarda l’intelligenza fluida e cristallizzata, oltre che le funzioni esecutive”, osserva Grassi, indicando dimensioni che potrebbero contribuire a spiegare i vantaggi riscontrati . In parallelo, sono stati valutati tratti di personalità e status socio-economico, elementi che arricchiscono il quadro interpretativo .

Chi suona uno strumento mostra livelli mediamente più elevati di apertura all’esperienza, una dimensione legata a curiosità e interesse per le discipline artistiche . “I musicisti, comunque, hanno mostrato anche tassi leggermente più alti di estroversione e gradevolezza”, aggiunge Talamini, delineando un profilo psicologico in cui l’attitudine artistica si intreccia con caratteristiche relazionali . Lo studio evidenzia inoltre che chi ha una formazione musicale proviene più spesso da famiglie con status socio-economico più elevato, e Grassi ricorda che “crescere in un contesto privilegiato rappresenta un vantaggio per la cognizione nei primi anni dello sviluppo”, un fattore da considerare per non ridurre tutto a una semplice questione di memoria .

Correlazione, non causa: le domande ancora aperte

Nonostante la ricchezza dei dati, resta aperto il motivo per cui musicisti e musiciste presentino questi vantaggi cognitivi . Lo studio è stato infatti progettato per misurare una correlazione tra abilità mnemoniche e formazione musicale, senza stabilire un rapporto di causa-effetto . “I nostri dati non forniscono una risposta a questa domanda”, sottolinea Talamini, ricordando che il progetto riunisce oltre cento autori con percorsi e opinioni differenti .

All’interno del team convivono due interpretazioni principali, entrambe plausibili . “Alcuni membri del nostro team sono più propensi a ritenere che le differenze osservate precedano lo studio musicale”, spiega Talamini, ipotizzando che chi diventa musicista possieda già particolari caratteristiche cognitivemotivazionali, di personalità o un certo background socio-economico che favoriscono questo percorso . “Altri autori, invece, considerano la formazione musicale come una sorta di ‘palestra’ che permette di esercitare la memoria e le altre capacità cognitive in un contesto specifico”: in questa prospettiva, l’allenamento musicale genererebbe un effetto di transfert, migliorando le prestazioni anche in altri ambiti .

Una nuova “orchestra” della ricerca

Il progetto The music ensemble rappresenta una novità anche sul piano metodologico, aprendo la strada a un nuovo approccio cooperativo nelle scienze psicologiche, sociali e nelle neuroscienze . “Solitamente i singoli laboratori riescono a coinvolgere solo 20 o 30 musicisti, insieme ad altrettanti non musicisti”, osserva Grassi, spiegando che la collaborazione tra molti gruppi di ricerca che adottano una stessa metodologia condivisa consente di lavorare su un numero molto elevato di partecipanti . Lo studio è stato condotto come registered report“Il protocollo di ricerca è stato definito e sottoposto alla rivista prima di iniziare l’indagine… Una volta approvato dai revisori abbiamo contattato i laboratori coinvolti, ognuno dei quali ha iniziato a lavorare seguendo la stessa metodologia prestabilita”, evidenzia Talamini, sottolineando i vantaggi in termini di trasparenza e di dati confrontabili .

Questa modalità di lavoro permette anche di includere paesi solitamente poco rappresentati nell’editoria scientifica internazionale e di massimizzare i finanziamenti stanziati, poiché il guadagno in termini di conoscenza supera gli investimenti dei singoli laboratori . Le analisi hanno già fatto emergere molte più domande che risposte, come le differenze interne tra musicisti in base allo strumento, al genere musicale o al modo di suonare, e i primi dati indicano, per esempio, una memoria visuo-spaziale più sviluppata nei pianisti rispetto ai cantanti . Guardando al futuro, Grassi e Talamini auspicano di estendere le indagini anche a popolazioni con tradizioni musicali diverse da quella occidentale e di contribuire a superare l’idea “ottocentesca” della scienza come impresa individuale“Al contrario, l’attività scientifica è un processo collaborativo, che nasce dal confronto tra competenze, contesti e punti di vista diversi” .

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