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lunedì 27 Aprile, 2026
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Tobias Sammet (Avantasia): “Troppe notizie tristi, risponderemo con una grande festa”

Da La Sintesi Online
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(Adnkronos) – Lo show a Lignano Sabbiadoro sarà “una grande festa, un’alternativa contro le brutte notizie” che vengono dal mondo. Lo assicura all’AdnKronos Tobias Sammet, che riporta in Italia i suoi Avantasia per l’unica data nazionale dell’’Here Be Dragons Summer 2026’: l’8 giugno all’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro (Udine). Nel corso degli anni la formazione teutonica ha consolidato la sua reputazione di pioniere e punto di riferimento del symphonic rock e metal, grazie a uno spettacolo unico che unisce potenza, teatralità e immaginazione. Con nove album all’attivo, numeri uno in classifica, dischi d’oro e una lunga serie di concerti sold out in Europa, Asia, Australia e nelle Americhe, Sammet è oggi probabilmente il musicista rock tedesco di maggior successo internazionale della sua generazione. Il ritorno in Italia, dopo la tappa milanese dell’anno scorso, è anche un’occasione per riflettere sul percorso compiuto e sulle prospettive future e rassicurare i fan sul fatto che “non sarà la fine degli Avantasia”, dopo la pausa programmata a fine tour. Nell’intervista, Sammet racconta il rapporto speciale che lo lega al pubblico italiano fin dalla fine degli anni Novanta, ripercorre momenti chiave della sua carriera e spiega l’approccio con cui affronta il nuovo tour, concepito come una festa ‘best of’ capace di far evadere il pubblico dalla quotidianità. Il leader degli Avantasia ribadisce un concetto chiave: restare fedeli a sé stessi, senza rincorrere forzate rivoluzioni, è l’unico modo per continuare a sorprendere. 

Questa estate tornerete in Italia con uno show ancora più ambizioso: che tipo di rapporto hai oggi con il pubblico italiano dopo tutti questi anni di tournée?
 

“Il mio rapporto con l’Italia è sempre stato meraviglioso, fin dall’inizio. Ricordo la prima volta che abbiamo suonato in Italia: era il 1998, a Biella, vicino Torino. Da allora siamo sempre stati accolti a braccia aperte. All’epoca nessuno sembrava interessato all’heavy metal tradizionale, il mondo discuteva se il metal classico fosse morto, se l’industria musicale stesse cambiando e tutto quel tipo di dibattiti che tornano ciclicamente. Ma in Italia è stato sempre diverso, perché c’era questo pubblico fantastico, e siamo sempre stati accolti con grande calore. Ho quindi un rapporto davvero, davvero speciale con l’Italia e non vedo l’ora di tornare per portare lo show degli Avantasia. A parte Milano, nella quale suoniamo praticamente a ogni tour, non abbiamo fatto così spesso festival o grandi show all’aperto in Italia. Per questo non vedo l’ora di poterlo fare”. 

C’è un ricordo legato a un concerto in Italia che ti è rimasto più impresso di altri?
 

“Ce ne sono tantissimi legati a esperienze davvero magnifiche. Ricordo per esempio il 2000: per me fu molto speciale. Ero in concerto con gli Edguy (il secondo progetto di Sammet, ndr). Suonammo al Gods of Metal a Monza, insieme agli Iron Maiden. Per una band heavy metal e per un fan dell’heavy metal – il ragazzino che sono ancora oggi – aprire per gli Iron Maiden in un contesto da stadio fu un’esperienza incredibile. Credo fosse un ippodromo con 20mila o 25mila persone. Fu fantastico. E poi, quando sali sul palco a suonare le tue canzoni davanti a ventimila persone, scendi tutto felice e sudato, e subito dopo guardi gli Iron Maiden dal backstage mentre suonano ‘The Number of the Beast’, ‘Run to the Hills’, ‘The Trooper’… non c’è davvero niente di più grande, per il ragazzino che sono ancora. Quello è stato uno show davvero speciale. Ma ho tantissimi bei ricordi”. 

Ad esempio?
 

“Ricordo un concerto molto piccolo: uno show di beneficenza in cui ero ospite di Uli Jon Roth. Ho fatto davvero tante cose in Italia. Ho visitato i luoghi storici, il Colosseo, Roma. Non ho un singolo aneddoto divertente da raccontare così su due piedi. Ma posso dire che è sempre stato fantastico”. 

Senza spoilerare troppo, che tipo di show dobbiamo aspettarci dagli Avantasia a Lignano? State già lavorando sulla scaletta?
 

“Sì, stiamo lavorando sulla scaletta. Vogliamo presentare un grande show. Lo spettacolo, in realtà, è già definito: si basa su quello che abbiamo portato in tour lo scorso anno, con un palco imponente, effetti pirotecnici e tutto il resto. Per quanto riguarda la scaletta, di solito ci si concentra molto sul nuovo album. Ma lo abbiamo già portato in tour l’anno scorso. Quindi questa volta vogliamo fare una sorta di ‘best of’, includendo brani da ‘The Metal Opera’ e canzoni provenienti da tutte le ere della band. Vogliamo offrire il meglio degli Avantasia, senza dimenticare l’ultimo album che, con tutta modestia, credo sia un disco davvero molto forte. I brani nuovi si integrano bene con i classici. Quindi inseriremo qualche pezzo recente ma suoneremo anche tantissimi classici”. 

C’è qualcosa che senti di non aver ancora detto o fatto sul palco e che questo tour potrebbe finalmente permettervi di realizzare?
 

“Non lo so, non la vivo in questo modo. Non la percepisco come un’Olimpiade. Non ho mai sentito il bisogno di stravolgere radicalmente ciò che già funziona, non è mai stato il mio approccio. Quello che voglio fare è salire sul palco e far sì che le persone si divertano, portarle fuori dalla loro vita quotidiana. Se accendi il telegiornale oggi ti viene il mal di mare: io faccio davvero fatica a reggerlo, e penso che molte persone siano nella stessa situazione. Siamo sommersi da brutte notizie, notizie tristi, folli, da tutto il mondo. Io voglio offrire un’alternativa. Il mio unico obiettivo è questo: portare le persone fuori dalla loro quotidianità, e fare lo stesso anche con me stesso. Creare una grande festa nella terra di Avantasia, con canzoni incantate, un palco incantato, stimolare l’immaginazione e permettere alla gente di lasciare i propri problemi quotidiani per due ore e mezza. Questo è il mio scopo, ed è ciò che voglio fare”. 

Dopo un tour così ambizioso e con un nuovo album in arrivo, hai parlato apertamente della possibilità di una pausa per Avantasia. È una decisione dettata da esigenze personali, dal bisogno di ricaricarti creativamente, o senti che segna la fine di un capitolo?
 

“Entrambe le cose. Ogni fine tour e ogni fine di un ciclo discografico segna sempre la fine di un capitolo. E in questo periodo sono in uno stato d’animo particolare. Forse c’entra anche l’età: sto diventando un po’ più grande. Non vecchio… ma un po’ più grande. Sono molto guidato dalla nostalgia in questo momento. Ho la sensazione che il prossimo capitolo di Avantasia sarà una sorta di ritorno, un ritorno alle mie radici personali, senza vivere totalmente nel passato ma creando qualcosa di nuovo guardando indietro. È questo che ho in mente ora. Ovviamente un nuovo capitolo porterà a un nuovo approccio, un approccio ‘vecchio-nuovo’. Ma la pausa non è solo per questo. Voglio anche tornare a pensare con calma, lavorare su nuova musica senza distrazioni, e forse fare anche qualcos’altro musicalmente nel frattempo. Non è ancora deciso. È importante, secondo me, anche non saturare troppo il mercato. Voglio dare alle persone il tempo di ‘riprendersi’ dagli Avantasia e far crescere di nuovo la fame per nuove avventure. E poi non fa mai male prendersi una pausa, fare un passo indietro, guardare il quadro generale, trovare nuove ispirazioni e interrompere temporaneamente il ciclo per avere la mente libera per qualcosa di nuovo”. 

Possiamo rassicurare i fan che questa pausa non segnerà la fine degli Avantasia?
 

“Assolutamente sì, non è la fine. Gli Avantasia sono tutto per me. Non solo dal punto di vista economico, come qualcuno potrebbe pensare, ma è il mio modo di esprimermi e di affrontare la vita. Ho bisogno di quella porta, nella mia vita, per fuggire in un universo completamente diverso e elaborare i miei pensieri, le mie paure, il mio dolore, la mia gioia. È come scrivere un diario. Finché avrò queste sensazioni che devono uscire, finché dovranno essere elaborate – e spero che sia così per molto tempo – e finché resterò in salute, ci saranno gli Avantasia. Ne ho bisogno. Davvero. Per la mia sanità mentale, per la mia gioia, per la mia felicità”. 

Con gli Avantasia hai un approccio molto teatrale e narrativo, che a volte tocca temi oscuri o fantastici. Hai mai avuto la sensazione che la tua musica potesse essere fraintesa in ambienti più conservatori?
 

“No, sinceramente non ci penso molto a come le persone possano interpretare la mia musica, perché prima di tutto la faccio per me stesso. È la mia vita. Fin da bambino ho avuto la sensazione che non fosse sempre facile essere accettati dall’ambiente esterno, anche solo se eri un fan dei Dio, degli Iron Maiden o degli Helloween. O anche semplicemente se avevi una tua idea di vita, se eri te stesso, se mettevi in discussione ciò che ti veniva detto come ‘normale’. Ognuno ha una propria idea di normalità, perché ognuno ha bisogni individuali diversi. Non ho mai cercato di essere diverso apposta. Volevo solo essere me stesso. E ho sperimentato spesso quanto questo fosse una sfida, perché il mondo esterno ha idee molto rigide e ristrette su quello che dovresti essere. Quando la mia musica ha iniziato ad avere successo e ho capito che essere fedele a me stesso funzionava, mi sono creato uno spazio mio nella vita, mettendo me stesso e le mie idee al centro. E capisci che non sarai mai il beniamino di tutti. Alcune persone non riescono ad accettare che qualcun altro sappia bene chi vuole essere. La mia musica parla di libertà e immaginazione. A volte descrive scenari oscuri, come facevano Edgar Allan Poe, Tim Burton, Arthur Machen e tanti grandi autori gotici, che a loro volta venivano considerati pazzi o satanisti. Non è così: sono solo storie, allegorie della mia vita e delle mie esperienze. Se qualcuno si offende, non è un mio problema”. 

Quanto è difficile oggi riuscire a sorprendere il pubblico senza tradire l’identità di Avantasia?
 

“Ancora una volta, senza voler essere scortese, non penso molto a cosa penserà il pubblico mentre creo musica. La creo per me stesso. Credo che su otto miliardi di persone ce ne siano alcune centinaia di migliaia che potranno apprezzarla. L’arte non è mai qualcosa di rigido: è movimento, crescita. Si evolve come le persone. Io resto fedele alle mie radici, perché fanno parte del mio Dna. Non lo faccio per i soldi, né per le classifiche. Il successo arriva, e ne sono grato ma non è ciò che mi guida. L’unico vero dovere che sento è presentare tutto in modo professionale: ottimo suono, ottima esecuzione e uno show che renda felici le persone. Perché quando qualcuno paga 50, 60, 70 o anche 300 euro per un biglietto, merita di vivere qualcosa di speciale. E credo che, finora, siamo riusciti a rendere felici molte persone”. (di Federica Mochi) 

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