È la Spagna ad aprire il fronte politico più duro contro il governo italiano sul dossier migratorio. Mentre i ministri dell’Interno dell’Unione europea si riuniscono in videoconferenza per fare il punto sulla crisi esplosa a Ceuta, da Madrid arriva una richiesta esplicita: l’Italia revochi la sospensione di Schengen, una misura giudicata “priva di necessità e proporzionalità”. A pronunciare parole nette è il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, secondo cui non vi è mai stato alcun rischio di movimenti secondari verso gli altri Paesi dell’Unione. Una posizione che trova sostegno anche nelle valutazioni della Commissione europea e di Frontex.
Bruxelles: “La frontiera ha retto”
Il messaggio che arriva da Bruxelles è infatti molto diverso dall’allarme lanciato dal governo italiano. Secondo gli ultimi aggiornamenti illustrati durante la riunione, la stragrande maggioranza delle persone entrate illegalmente a Ceuta è già stata rimpatriata in Marocco e non si sono registrati spostamenti verso la Spagna continentale né tantomeno verso altri Stati membri. Grande-Marlaska ha parlato di circa 72 mila ingressi irregolari durante la crisi, precisando che circa 70 mila migranti sono già rientrati in Marocco. Numeri che, secondo Madrid, dimostrano come la situazione sia stata contenuta senza mettere in pericolo lo spazio Schengen. A rafforzare questa lettura è stato anche il commissario europeo agli Affari Interni Magnus Brunner. “L’Europa ha superato questo test”, ha dichiarato al termine della riunione. “Le persone non sono riuscite a entrare nello spazio Schengen e la situazione di sicurezza alla frontiera è stata risolta rapidamente”. Una presa di posizione che, di fatto, ridimensiona le motivazioni addotte dall’esecutivo italiano per il ripristino dei controlli.
Il vertice: più rimpatri e frontiere più forti
Nel confronto tra i ministri dell’Interno è emersa una sostanziale convergenza sulla necessità di rafforzare il sistema europeo dei rimpatri, intensificare il contrasto alle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, consolidare la protezione delle frontiere esterne e costruire partenariati più stretti con i Paesi di origine e di transito. Tra le ipotesi discusse anche quella della creazione di hub per il rimpatrio in Paesi terzi, soprattutto nel continente africano, con il coinvolgimento di Stati come Uganda, Ruanda e Ghana. Un progetto sostenuto da alcuni governi europei ma che incontra l’opposizione della Spagna, secondo cui strutture di questo tipo rischiano di compromettere il rispetto dei diritti fondamentali e dei valori su cui si fonda l’Unione europea. Brunner ha precisato che un gruppo di cinque o sei Stati membri sta lavorando all’iniziativa, sottolineando però la necessità che eventuali procedure di asilo fuori dall’Unione rispettino il concetto di “Paese terzo sicuro”.
La tragedia nel Mediterraneo
Mentre la politica discute di controlli, procedure e rimpatri, il Mediterraneo continua a presentare il conto più drammatico. Poche ore prima dell’inizio del vertice europeo, una motovedetta spagnola ha soccorso due superstiti alla deriva da quindici giorni su una piccola imbarcazione a sud-ovest di Maiorca. Secondo il loro racconto erano partiti in diciannove dalle coste del Nord Africa: diciassette persone sono morte durante la traversata, consumate dalla fame, dalla sete e dalla lunga permanenza in mare. I due sopravvissuti, entrambi di origine magrebina, sono stati ricoverati in ospedale in gravissime condizioni per disidratazione e malnutrizione. Nelle stesse ore un’altra imbarcazione con quindici migranti è stata soccorsa al largo di Ibiza. Due episodi che ricordano come, al di là dello scontro politico tra governi, la crisi migratoria continui ad avere il volto di una tragedia umana che nessuna chiusura di frontiera è riuscita finora a fermare.
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