giovedì 13 Agosto 2026
OPAS Intesa Sanpaolo Monte dei Paschi di Siena Mps

L’opas di Intesa su Mps rischia di infrangersi sullo scoglio dell’Antitrust

L’8 giugno l’operazione salpò in pompa magna, sospinta dalle promesse di sinergie, crescita e leadership europea. Poi, una dopo l’altra, sono arrivate le domande di MPS, della politica, dei territori e delle autorità. Il mercato può scommettere sull’approdo. Le istituzioni devono ancora autorizzare la traversata

Di Redazione
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Da giorni va avanti la nostra inchiesta. LaSintesi.online ha seguito il potere e il credito. Ha ricostruito il gruppo finanziario che nascerebbe dall’operazione, il rapporto con il debito pubblico e il risparmio degli italiani, le partecipazioni strategiche, il ruolo neutrale del Governo, la storia e l’identità della banca più antica del mondo, il valore delle azioni, il lavoro, la rete commerciale, le filiali e i territori che rischiano di perdere servizi. (leggi qui le puntate precedenti).

Oggi, nel capitolo conclusivo di questo primo ciclo, l’inchiesta approda simbolicamente là dove tutto era partito.

L’8 giugno Intesa Sanpaolo salpò in pompa magna, con il vento in poppa. Sul molo c’erano gli annunci, le cifre, le sinergie, il progetto di un campione bancario nazionale e la promessa di una banca italiana abbastanza grande da competere con i maggiori gruppi europei. Il porto d’arrivo sembrava già visibile.

Del mare che separava la partenza dall’approdo, invece, si parlava poco. Per misurare l’ambizione di quella traversata bastava guardare al carico che Intesa aveva deciso di mettere a bordo. L’offerta pubblica di acquisto e scambio riguardava la totalità delle azioni di Monte dei Paschi di Siena: 1,600 azioni Intesa di nuova emissione e un euro in contanti per ogni titolo MPS, per un valore implicito iniziale di circa 30,6 miliardi di euro.

L’obiettivo dichiarato era costruire uno dei maggiori gruppi bancari europei, con oltre 27 milioni di clienti, circa 1.700 miliardi di attività finanziarie della clientela e la prospettiva di raggiungere i 2.000 miliardi entro il 2029.Intesa non si limitò a presentare un’offerta. Descrisse nei dettagli il gruppo che sarebbe nato, quantificò 2,9 miliardi di sinergie annue ante imposte, indicò 2,1 miliardi di costi d’ e spiegò persino come sarebbe stata divisa MPS. Mediobanca, la partecipazione in Generali, circa 625 filiali e le attività considerate strategiche sarebbero rimaste nel gruppo Intesa; una seconda banca, dotata del marchio MPS, di circa 635 filiali e delle strutture centrali necessarie a operare autonomamente, sarebbe stata ceduta a Unipol, con la prospettiva di una successiva aggregazione con BPER.

La precisione del progetto industriale produsse un effetto politico e mediatico potente: il futuro veniva raccontato come se il presente fosse già stato superato. Non si discuteva più soltanto di un’offerta da sottoporre agli azionisti e alle autorità. Si parlava del nuovo gruppo, dei suoi utili, dei dividendi, delle filiali da cedere e delle attività da integrare come se la traversata fosse ormai una formalità. Le grandi traversate, però, nascondono spesso onde e burrasche che dal porto non si vedono. Qui sembrava dovesse splendere sempre il sole. Ma, dopo poche miglia, il tempo cominciò a cambiare.

Anche il Governo, nel giorno della partenza, sembrò lasciare il mare alle banche e al mercato, affidandosi al clima disteso di un’estate che stava per cominciare. Nei giorni successivi, infatti, le dichiarazioni dell’Esecutivo conservarono un tono lieve, quasi rassicurante. La prima arrivò dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che annunciò la neutralità del Governo, rivendicando nello stesso tempo il risanamento di MPS e il ritorno della banca al centro delle grandi operazioni finanziarie. Anche le parole del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, avevano il suono delle frasi pronunciate nell’ultimo giorno di scuola, quando le sono ormai vicine. Il Tesoro, spiegò, avrebbe valutato l’offerta sulla base della valorizzazione della propria partecipazione, riassumendo la posizione in una formula tanto breve quanto significativa: «Chi paga di più…»

Nei primi giorni il vento sembrava soffiare in una sola direzione. Mentre Intesa Sanpaolo navigava nell’oceano sconfinato dei grandi capitali, arrivò anche l’eco delle parole di Antonio Tajani. Era il 13 giugno quando il leader di Forza Italia giudicò positivamente il consolidamento bancario , sostenne che il sistema creditizio nazionale fosse sano e rivendicò l’impostazione liberale del suo partito.

E su quella stessa rotta, ma non perfettamente allineato, come spesso si pone all’interno della maggioranza di cui ne fa parte, Ancora alle prese con il ciclone politico sollevato dalla rottura con il generale Roberto Vannacci, il leader della Lega, interrogato sull’OPAS, dichiarò che non esisteva una posizione ufficiale né del partito né del Governo e preferì non entrare nel merito di una partita affidata, almeno nelle parole, al libero mercato. Era una posizione coerente con la neutralità proclamata da Palazzo Chigi, ma conteneva già il primo avvertimento: se la decide di arretrare, qualcuno deve assumersi la responsabilità di controllare davvero la rotta.

Con il cielo ormai minaccioso, il viaggio non era più soltanto una questione di prezzo. Ma proprio il prezzo cominciava a mostrare la sua natura più incerta. Agli azionisti di MPS era stato offerto un biglietto composto soprattutto da azioni Intesa Sanpaolo: 1,600 titoli di nuova emissione e un euro in contanti per ogni azione consegnata. Il valore annunciato alla partenza, però, non era inciso sul biglietto. Cambiava con le quotazioni di Borsa, con gli umori del mercato e con il giudizio che gli avrebbero espresso, giorno dopo giorno, sulla traversata. Per i grandi azionisti poteva essere una scommessa industriale. Per i piccoli risparmiatori la questione era molto più concreta: capire quanto avrebbero realmente ricevuto, quale valore avrebbero conservato le azioni ottenute in cambio e quanta parte del rischio dell’integrazione sarebbe ricaduta su di loro. Il premio si misurava alla partenza; il rischio, invece, avrebbe presentato il conto durante il viaggio.

Mentre il cielo si faceva più scuro e il vento cominciava a rinforzare, sui volti dei passeggeri saliti a bordo con l’entusiasmo di chi credeva di trovarsi già sul carro dei vincitori comparvero le prime gocce. Da lontano potevano sembrare lacrime; era ancora soltanto pioggia. I passeggeri meno ascoltati cercavano riparo e cominciavano a porsi la domanda che, fino a quel momento, il fragore degli annunci aveva coperto: ne valeva davvero la pena? Il prezzo del biglietto sembrava generoso quando il mare era calmo. Con la burrasca ormai vicina, quella stessa promessa appariva molto meno sicura.

La nave continuava ad avanzare, ondeggiando in un mare sempre più alto e inquieto, quando dal territorio si levò un richiamo ancora più netto. Era la voce del presidente della Toscana, Eugenio Giani, che il 10 giugno avvertì che nessuna operazione avrebbe dovuto cancellare l’identità e il radicamento di Monte dei Paschi di Siena. Non si parlava soltanto di una banca, ma dell’istituto più antico ancora in attività, di una storia attraversata da secoli di economia italiana e di un presidio che portava con sé memoria, territorio e sovranità nazionale: la stessa sovranità tanto spesso evocata da Giorgia Meloni e dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa.

Più avanti, quando cominciò a circolare anche l’ipotesi della cessione dell’ultima quota pubblica detenuta dal dell’Economia, Giani chiese al Governo di fermarsi. Non perché il Tesoro dovesse restare azionista per sempre, ma perché vendere l’ultima presenza dello Stato mentre la banca si trovava al centro di due offerte concorrenti avrebbe significato rinunciare a uno degli ultimi strumenti con cui le istituzioni potevano ancora incidere sul suo futuro. In mezzo alla burrasca, Palazzo Chigi rischiava così di consegnare il timone proprio nel momento in cui la rotta diventava più incerta. A quel punto, la tempesta non riguardava più soltanto il valore del biglietto. Investiva l’identità della nave, il porto da cui era partita e il destino dei territori che rischiavano di vederla passare senza poter più incidere sulla rotta.

Poi il vento cambiò ancora. Non era più quello favorevole che, nei giorni della partenza, aveva gonfiato le vele con promesse di dividendi, crescita e valorizzazione delle azioni. Era diventato un vento più freddo e minaccioso. La burrasca acquistava forza e, di lì a poco, avrebbe fatto temere l’arrivo di un uragano.

Fu in questo clima che, il 18 giugno, Giancarlo Giorgetti trasformò i primi avvertimenti in un segnale concreto del cambiamento del tempo. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario ribadì la neutralità del MEF, ma portò in primo piano ciò che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo: il rischio della concentrazione. Non escluse una valutazione attraverso il Golden Power e indicò, tra le possibili prescrizioni, la della competitività, dell’accesso al credito delle piccole e medie imprese e della concorrenza a livello locale.

Il viaggio, ormai, non era più soltanto una questione di prezzo. Entravano definitivamente in scena i territori, le imprese e il numero effettivo degli interlocutori bancari che sarebbero rimasti dopo l’operazione. Intanto la nave, sballottata dal vento e spinta dal mare fuori dalla rotta tracciata alla partenza, vedeva allungarsi i tempi di un’acquisizione che era stata presentata come rapida e quasi inevitabile.

Fu allora che affiorò il primo vero scoglio politico. Non riguardava direttamente il concambio, il lavoro o la perdita del centro decisionale, ma il ruolo di un Governo che continuava a proclamarsi neutrale mentre lasciava intendere di poter intervenire sulla rotta attraverso i poteri speciali dello Stato. Nel vortice cominciavano così a confluire polemiche, critiche e dubbi. La tempesta non investiva più soltanto il valore del biglietto: minacciava l’identità della nave, il porto da cui era partita e il destino dei territori che rischiavano di vederla passare senza poter più incidere sulla sua direzione.

Da una delle due sponde, precisamente quella dell’opposizione, con il binocolo puntato sulla rotta, sul carico e sulle manovre dell’equipaggio, osservava Cristina Tajani, senatrice del Partito Democratico e vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo. La sua reazione alle parole di Giorgetti fu immediata. Se il Governo era davvero neutrale, osservò, doveva spiegare perché evocasse possibili prescrizioni attraverso il Golden Power. E se il ministro dell’Economia avesse inteso intervenire sull’operazione, non avrebbe potuto continuare a presentarsi come un semplice spettatore.

Cristina Tajani chiese quindi a Giorgetti di precisare le proprie affermazioni e avvertì che, in caso contrario, il Governo avrebbe dovuto presentarsi in per spiegare quale posizione stesse realmente assumendo. Non era ancora un’opposizione all’OPAS in quanto tale. Era la contestazione della possibilità che il Tesoro cambiasse ruolo durante il viaggio: azionista di MPS, responsabile della politica economica, titolare di strumenti speciali e, nello stesso tempo, dichiaratamente neutrale.

La distinzione era sostanziale. Un arbitro stabilisce le regole e vigila affinché vengano rispettate. Un giocatore sceglie una strategia, difende un interesse e può incidere sull’esito. Nel caso di MPS, il MEF occupava entrambe le sponde: possedeva ancora una quota della banca e faceva parte del Governo chiamato a valutare le dell’operazione sulla concorrenza, sul credito, sul lavoro e sui territori.

Le parole della senatrice rappresentarono il primo vero scoglio politico contro il quale la grande nave, spinta dalla burrasca fuori dalla rotta tracciata alla partenza, inizio a urtare. Fortunatamente non erano iceberg, e lo scafo riuscì a proseguire navigando la narrazione di un’OPAS destinata comunque ad arrivare in porto, anche se con qualche certezza in meno.

La formula scelta da Cristina Tajani colpiva il punto più delicato: «Il ministro dell’Economia deve essere arbitro e non giocatore». Una frase sorprendentemente simile a quella pronunciata qualche mese prima dal ministro Antonio Tajani durante la campagna per il referendum sulla giustizia, nella quale la maggioranza aveva dato il meglio di sé fino al punto di perdere un referendum che già mesi prima sembrava vinto: «L’arbitro non può scendere in campo con la stessa maglia di una delle due squadre».

E qui, per ironia della sorte, Cristina e Antonio Tajani — che non sono parenti — riuscivano a produrre un cortocircuito quasi perfetto, a tratti persino comico. L’immagine scelta da Cristina Tajani era impeccabilmente azzeccata, ma la coincidenza sembrava scritta apposta per la satira.

In questa legislatura, del resto, la politica non si è limitata solo a offrire materiale ai comici. Talvolta ha finito per preparare direttamente il copione. Ne sa qualcosa Maurizio Crozza, che nell’imitazione magistrale di Antonio Tajani ha trovato terreno fertile proprio in quelle dichiarazioni tanto solenni quanto astratte. Il confine tra l’originale e la caricatura è diventato così sottile che, ormai, non si capisce più quale dei due sia quello vero.

La tempesta non aveva fermato il viaggio, ma aveva definitivamente dissolto l’illusione di una traversata lineare, affidata soltanto alla volontà delle banche e alle reazioni del mercato.

Non era una bocciatura europea dell’OPAS. Era la dimostrazione che, dal momento in cui il Governo aveva evocato strumenti straordinari, la rotta si era fatta più stretta. Il libero mercato non poteva essere invocato insieme al Golden Power senza spiegare dove finisse l’uno e cominciasse l’altro, quali rischi potessero giustificare l’intervento dello Stato e chi avesse la responsabilità di vigilare.

La nave continuava ad avanzare, ma davanti alla prua il mare non appariva più sgombro. In lontananza cominciavano a distinguersi tre grandi masse bianche, una più alta dell’altra. Non erano ostacoli contro i quali l’operazione fosse destinata a infrangersi. Erano iceberg da avvistare, misurare e aggirare prima che la distanza si riducesse e il tempo necessario per correggere la rotta diventasse insufficiente.

Domani LaSintesi.online riprenderà la traversata da quelle tre masse bianche apparse davanti alla prua, ormai troppo grandi per essere confuse con semplici onde e sempre più simili a veri iceberg. Racconteremo il dissenso di MPS, le incognite dell’architettura costruita attorno a Unipol e BPER e, infine, l’iceberg più alto: quello dell’Antitrust. Non per anticipare un urto che nessuno può ancora dare per certo, ma per verificare che quegli iceberg non vengano lasciati sciogliere nel silenzio, insieme all’attenzione pubblica e ai controlli delle autorità. Perché il rischio più grande non è soltanto non vederli: è smettere di guardarli proprio mentre la nave continua ad avanzare.

Non lasciate la traversata a metà: domani, su LaSintesi.online, l’ultima parte del viaggio e la conclusione dell’inchiesta.

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