Matteo Salvini torna a bussare alla porta di Giorgia Meloni. La richiesta è chiara: niente voto anticipato, meglio arrivare alla fine della legislatura e portare gli italiani alle urne nell’autunno del 2027. «Votiamo a novembre, conviene a tutti», è il ragionamento che il leader della Lega ripropone alla premier. Per Salvini il tempo può diventare un alleato. Tredici mesi in più per recuperare nei sondaggi, sperando in un calo dei prezzi dei carburanti e in un ridimensionamento della spinta politica di Roberto Vannacci. Sullo sfondo c‘è anche un obiettivo personale: tornare al Viminale e giocarsi da ministro dell’Interno la partita del consenso.
Meloni prende tempo
La presidente del Consiglio ascolta, ma non sembra convinta. Soprattutto sull’ipotesi di restituire a Salvini il ministero dell’Interno oggi guidato da Matteo Piantedosi. E anche sulla scadenza autunnale la premier mantiene le distanze. A Palazzo Chigi il calendario viene studiato giorno dopo giorno. La soluzione che prende forma è quella di anticipare le politiche alla primavera, con l’11 aprile 2027 come data considerata più realistica.
Il nodo delle amministrative
Prima, però, bisogna capire se convenga accorpare politiche e amministrative. Nel 2027 saranno chiamate al voto città importanti come Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Palermo e Verona. Il rischio, per il centrodestra, è che il centrosinistra possa sfruttare il voto locale per trascinare anche quello nazionale. Per questo Palazzo Chigi ha chiesto valutazioni a sondaggisti ed esperti di flussi. La conclusione, secondo le analisi esaminate, è meno preoccupante del previsto: votare nello stesso giorno non garantirebbe automaticamente un vantaggio al centrosinistra. Gli elettori tenderebbero infatti a distinguere tra scelta nazionale e amministrativa.
L’ipotesi dell’11 aprile
Da qui l’idea di un election day. L’11 aprile avrebbe diversi vantaggi: cadrebbe due settimane dopo Pasqua, fissata al 28 marzo, e lascerebbe alcune settimane prima delle amministrative di maggio e giugno. Andare oltre significherebbe invece concentrare in pochi mesi tre appuntamenti elettorali: politiche e due turni per le comunali. Un calendario costoso e politicamente difficile da giustificare.
Marzo non convince
Anche il voto anticipato a marzo è stato preso in considerazione, ma l’ipotesi sembra aver perso quota. Significherebbe chiudere l’esperienza di governo subito dopo la legge di bilancio e aprire la fase elettorale a ridosso dell’Epifania, imponendo al Quirinale tempi strettissimi per le consultazioni.
La partita è ancora aperta
La distanza tra Salvini e Meloni, dunque, non è soltanto una questione di calendario. È una partita sugli equilibri della coalizione e sulle condizioni migliori per affrontare le prossime elezioni. Salvini vuole tempo per recuperare terreno. Meloni sembra invece preferire una sfida in primavera, quando il governo può ancora scegliere tempi e campo di gioco.
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