I numeri ufficiali dell’Istat demoliscono la narrazione del governo Meloni sul risanamento della finanza pubblica. Nel 2025 l’indebitamento netto si è inchiodato al 3,1% del Pil — con un peggioramento di 355 milioni di euro rispetto alle stime di primavera —, mandando in fumo la promessa di abbattere il muro del 3% per ottenere l’archiviazione della procedura per deficit eccessivo aperta da Bruxelles. Lo stop della Commissione europea costringe il ministro Giancarlo Giorgetti a un’amara ritirata strategica: prendere atto «con rammarico» del verdetto e rinviare ogni speranza di liberarsi dalla morsa UE al lontano 2027. Un brusco ridimensionamento politico per una maggioranza che aveva scommesso sull’uscita rapida dalla sorveglianza speciale di Bruxelles.
Debito al 136,7%: la scure sulla prossima legge di bilancio
A completare il quadro dei conti in affanno c‘è la fiammata del debito pubblico, schizzato al 136,7% del Pil dal 134,2% registrato nel 2024. A nulla sono servite le lievi rettifiche del passato: il macigno dell’indebitamento statale continua a drenare risorse e a zavorrare le prospettive di crescita del Paese. Il fallimento del piano concordato con la Commissione europea si trasforma così in una trappola per Palazzo Chigi. Con il vincolo rigorista ancora attivo e i conti sbilanciati, la stagione dei bonus e delle promesse elettorali si chiude definitivamente: per Meloni e Giorgetti la stesura della prossima manovra economica diventa un percorso obbligato fatto di tagli, rigore e zero margini di spesa.





