mercoledì 23 Settembre 2026
Corte d'Assise

Femminicidio Hanna Herasimchyk, Marek Konrad Daniec condannato con il minimo della pena

Le motivazioni della Corte d’Assise di Milano ricostruiscono l’ultima lite e spiegano la scelta della pena minima prevista per l’omicidio preterintenzionale

Di Redazione
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La Corte d’Assise di Milano ha a dieci anni di reclusione per l’ preterintenzionale di Hanna Herasimchyk, l’ex ballerina bielorussa di 46 anni trovata senza vita il 13 giugno 2024 nel suo appartamento di Pozzuolo Martesana, nel Milanese. La sentenza era arrivata il 22 giugno 2026, ma le motivazioni depositate dai giudici permettono ora di ricostruire in maniera più dettagliata il ragionamento seguito dalla Corte. La pena corrisponde al minimo previsto per il reato contestato e arriva dopo il cambio dell’imputazione, inizialmente formulata come omicidio volontario e successivamente riqualificata in omicidio preterintenzionale.

La morte e il cambio dell’accusa

Marek Konrad Daniec, 43 anni, camionista polacco, era finito in carcere nel dicembre 2024 con l’accusa di avere ucciso volontariamente la compagna soffocandola. La processuale ha però assunto una direzione diversa dopo gli accertamenti medico-legali. Una perizia disposta durante il non ha consentito di stabilire con certezza che la morte di Hanna Herasimchyk fosse stata provocata direttamente da soffocamento o strangolamento. Il perito Giorgio Alberto Croci ha indicato invece nella miocardite una possibile causa del decesso, una patologia della quale la donna soffriva.

Questo elemento ha avuto un peso decisivo nel processo. A febbraio 2026 la Corte aveva sostituito la custodia in carcere con gli arresti domiciliari, mentre l’accusa aveva successivamente modificato la contestazione. La pm Francesca Crupi aveva escluso la possibilità di sostenere oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza del nell’omicidio e aveva chiesto una condanna a dodici anni per omicidio preterintenzionale. Secondo la ricostruzione accusatoria, durante l’ennesima Daniec aveva aggredito la compagna, colpendola e trattenendola, mentre la particolare fragilità fisica della donna avrebbe contribuito alle conseguenze dell’aggressione.

La Corte esclude il dolo ma riconosce la responsabilità

Le motivazioni chiariscono la distinzione tra l’intenzione di provocare la morte e la responsabilità per una condotta violenta che produce un risultato più grave rispetto a quello perseguito. I giudici hanno ritenuto che non emergessero elementi sufficienti per attribuire a Daniec la volontà di uccidere Hanna. Allo stesso tempo, la Corte ha ritenuto particolarmente grave il comportamento dell’uomo durante l’ultima lite, considerando le azioni compiute nei confronti della compagna.

Secondo quanto ricostruito nelle motivazioni, «nel corso dell’ultimo litigio, ha ripetutamente colpito, violentemente afferrato e trattenuto e chiuso con una mano la bocca di lei». La Corte ha quindi ritenuto che l’aggressione abbia superato i limiti di una condotta priva di conseguenze fisiche rilevanti. I giudici hanno inoltre considerato la condizione di particolare fragilità di Hanna Herasimchyk, anche in ai problemi di e all’abuso di alcol emerso nel processo.

La miocardite, secondo le motivazioni, rappresenta un elemento importante per comprendere il decesso, ma non cancella la responsabilità dell’aggressione. La Corte ha infatti ritenuto che la morte non costituisse l’obiettivo dell’azione di Daniec, ma che l’aggressione avesse prodotto conseguenze che l’uomo avrebbe dovuto considerare. I giudici hanno inoltre precisato che la patologia della donna non risultava conosciuta dal compagno, elemento che ha contribuito all’esclusione del dolo eventuale.

“Una relazione tossica” e lo stato di esasperazione

Un altro passaggio centrale delle motivazioni riguarda il rapporto tra Marek Konrad Daniec e Hanna Herasimchyk. La Corte ha descritto la loro relazione come caratterizzata da conflitti e liti violente e ha sottolineato che l’uomo avrebbe dovuto interrompere quel rapporto invece di continuare a viverlo accettando il ripetersi di situazioni conflittuali. «Non ha interrotto la relazione tossica con la compagna con la conseguenza di accettare periodicamente litigi violenti e di fare del male a una persona così fragile», hanno scritto i giudici nelle motivazioni.

La Corte ha tuttavia preso in considerazione anche lo stato di esasperazione e frustrazione dell’imputato, oltre ai tentativi che avrebbe compiuto per sottrarsi alle provocazioni della compagna. Questo elemento non ha portato al riconoscimento delle attenuanti generiche, ma ha contribuito alla valutazione della pena all’interno dei limiti previsti dalla legge. I giudici hanno quindi stabilito dieci anni di reclusione, senza applicare una pena superiore al minimo previsto per il reato.

La decisione non coincide con la richiesta formulata dalla pm Francesca Crupi, che aveva chiesto dodici anni. La Corte ha inoltre riconosciuto provvisionali per il risarcimento dei danni ai familiari di Hanna Herasimchyk: 70mila euro per ciascuno dei due fratelli della donna e 100mila euro per la madre. La famiglia si è costituita parte civile nel processo con l’assistenza dell’avvocata Giulia Rossini.

La difesa annuncia il ricorso

La difesa di Marek Konrad Daniec ha contestato la ricostruzione della responsabilità e ha annunciato l’intenzione di proseguire la battaglia giudiziaria. L’avvocata Marabelli, che assiste l’uomo insieme all’avvocato Lorenzo Puglisi, ha ribadito la posizione della difesa dopo la sentenza. «La riqualificazione da omicidio volontario a preterintenzionale è un risultato apprezzabile, ma sono convinta dell’innocenza del mio assistito, che ribadirò in appello».

Il procedimento entra quindi in una nuova fase, mentre le motivazioni della Corte delineano con maggiore precisione le ragioni della condanna. La vicenda giudiziaria ruota attorno alla distinzione tra l’assenza di una volontà omicida e la responsabilità per un’aggressione che ha preceduto la morte. La Corte ha escluso che gli elementi raccolti consentissero di dimostrare il dolo dell’imputato, ma ha ritenuto accertata una condotta violenta e incompatibile con l’assenza di responsabilità penale.

La morte di Hanna Herasimchyk resta dunque al centro di una vicenda giudiziaria che, dopo l’arresto per omicidio volontario, ha attraversato una svolta legata agli accertamenti medico-legali e alla ricostruzione delle condizioni di salute della donna. La condanna a dieci anni riguarda l’omicidio preterintenzionale e non un omicidio volontario: questa distinzione rappresenta uno degli elementi fondamentali della sentenza della Corte d’Assise di Milano e delle motivazioni depositate nelle ultime ore.

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