Un Paese spaccato a metà, segnato dalle ferite della guerra ma trascinato da una partecipazione al voto senza precedenti storici. Le urne in Israele si sono chiuse consegnando una fotografia drammatica e ad altissima tensione: dagli exit poll diffusi da Channel 12 emerge l’assenza di una maggioranza chiara, ma con un dato politico dirompente. Il Likud di Benjamin Netanyahu si conferma primo partito con 24 seggi, superando la formazione Yashar guidata dall’ex capo dell’esercito Gadi Eisenkot (ferma a 22 seggi), ma è il fronte dell’opposizione a festeggiare il sorpasso numerico.
Il cosiddetto “Change bloc” a sostegno di Eisenkot raggiunge infatti 52 seggi complessivi, staccando la coalizione guidata dal premier uscente, che si ferma a quota 50. A rendere il quadro ancora più esplosivo è l’exploit senza precedenti dei partiti arabi: la Lista Unita incassa 11 seggi, mentre la formazione Ra’am di Mansour Abbas ne conquista altri 7, portando la rappresentanza arabo-israeliana all’incredibile quota di 18 seggi parlamentari.
Eisenkot rompe gli indugi: “Agirò subito per cacciare Netanyahu”
Le parole del leader dell’opposizione non lasciano spazio a mediazioni o compromessi. A caldo, dopo la diffusione dei primi dati, Gadi Eisenkot ha lanciato l’attacco frontale verso il primo ministro: «I risultati preliminari indicano una totale sfiducia nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre. Se questi saranno i dati definitivi, agirò immediatamente per sostituire l’esecutivo».
Un’affermazione che arriva al termine di una giornata carica di significato emotivo per l’ex generale dell’Idf. Prima di recarsi alle urne, Eisenkot ha scelto di fare tappa al kibbutz di Nir Oz — uno dei luoghi simbolo del massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 — facendosi accompagnare da Gadi Mozes, l’agricoltore sradicato dalla propria terra e liberato dopo 482 giorni di prigionia a Gaza. Successivamente ha fatto visita al cimitero militare di Herzliya per pregare sulla tomba del figlio Gal, caduto durante le operazioni belliche nella Striscia.
Il panico del premier e la trappola dell’affluenza araba
Dall’altra parte della barricata, la giornata di Bibi Netanyahu è stata caratterizzata da toni sempre più drammatici ed emergenziali. Intravedendo il rischio del crollo, il premier uscente ha inondato i propri canali social denunciando presunti tentativi di condizionamento del voto e rispolverando la narrazione della “destra assediata”: «Stanno cercando di rubarci le elezioni! È una scelta tra la destra e la Palestina, andate a votare!».
L’allarme del leader del Likud si è concentrato soprattutto sulla partecipazione oceanica della popolazione arabo-israeliana, giunta in massa alle urne a partire dalle comunità beduine del Negev fino ai centri urbani. File chilometriche di donne con l’hijab registrate fin dalle prime ore del mattino hanno testimoniato una mobilitazione senza precedenti per conquistare un peso decisivo nel futuro della Knesset.
Nonostante le richieste disperate avanzate dal Likud alla Commissione Elettorale per prolungare l’orario di apertura dei seggi, la domanda è stata respinta. Ora per Israele si apre la complessa partita dei conteggi definitivi e delle trattative di palazzo, con il destino di Netanyahu appeso al filo di una manciata di seggi.

