(Adnkronos) – L’Italia non è uscita dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo, perché in rapporto al Pil è rimasto al 3,1%. Fin da quando questa prospettiva ha iniziato a farsi concreta, si è aperta la caccia alle cause che hanno impedito di centrare un obiettivo che avrebbe liberato risorse per la politica economica e per le spese necessarie, a partire da quelle per le misure per la difesa: colpa dell’effetto del superbonus, la tesi più accreditata dalla maggioranza; sarebbe andata ancora peggio senza il Pnrr, un’occasione comunque sprecata secondo l’opposizione. In un senso o nell’altro, i decimali che hanno impedito di muoversi con una ritrovata libertà d’azione sono stati letti con una prospettiva inevitabilmente influenzata dal punto di vista politico. Le audizioni al Documento di Finanza Pubblica di Istat, Bankitalia e Corte dei Conti rimettono il dibattito sui binari dei numeri, che dicono essenzialmente una cosa difficilmente contestabile: il problema vero resta la crescita.
L’Istat ha evidenziato che per uscire dalla procedura Ue sarebbe stato necessario un rapporto tra deficit e pil al 2,94%, e questo vuol dire che la variazione del denominatore del pil che avrebbe consentito di andare sotto la soglia del 3% “è molto alta”. Tradotto, qualcosa più di un decimale nel rapporto tra deficit e Pil vuol dire che a mancare è una parte consistente di crescita economica. L’istat dice anche che quel decimale che manca è realmente ascrivibile al superbonus: la differenza rispetto al 3% indicato a ottobre è dovuta soprattutto alle maggiori spese per i crediti d’imposta del maxi sconto edilizio. Un’altra indicazione chiara riporta al pil, guardando però avanti. “Le informazioni congiunturali disponibili per i primi mesi del 2026, il cui quadro informativo è ancora in fase di completamento, sembrano confermare una dinamica meno positiva per l’economia italiana rispetto a quanto rilevato nell’ultimo trimestre”.
Bankitalia quantifica cosa vuol dire il concetto di crescita troppo bassa. “Servono politiche perché questo Paese cresca più di quanto fatto in questi ultimi anni. Tassi di crescita sotto l’1% non possono risolvere la situazione, serve un impegno dell’intero mondo politico per individuare quali politiche siano importanti”, ha spiegato il capo il Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, Andrea Brandolini, indicando anche una soluzione possibile: “Noi – ha ricordato – insistiamo molto sul capitale umano e sull’innovazione” e quindi sul “cogliere gli effetti della rivoluzione tecnologica”.
Crescita e superbonus ricorrono nell’analisi della Corte dei Conti, che lancia un allarme specifico per il debito pubblico. Sull’analisi di sostenibilità, “il quadro non sembrerebbe rassicurante”. Questo perché la crescita dell’indicatore “è andata gradualmente aumentando fino a più che raddoppiare rispetto a quanto stimato in fase di predisposizione del Psb (da 1,7 a 3,8 punti di Pil, arrvando al 138,6% nel 2026 )”. E questo, evidenzia la Magistratura contabile, “è avvenuto, al di là del contributo ascrivibile al Superbonus che era sostanzialmente noto nella fase di elaborazione del Piano strutturale, per il determinante effetto della bassa crescita economica reale e nominale”. (Di Fabio Insenga)
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