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martedì 28 Aprile, 2026
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Il film fenomeno giapponese ‘Kokuho – Il maestro di kabuki’ arriva in Italia

Da La Sintesi Online
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(Adnkronos) –
È il film di cui tutti parlano: un caso globale e un trionfo assoluto in patria, dove nessun live-action aveva mai incassato tanto. Ora ‘Kokuho – Il maestro di kabuki’, firmato da Lee Sang-il, si appresta a raggiungere le sale italiane il 30 aprile con Tucker Film forte anche dell’endorsement inatteso della star di Hollywood Tom Cruise, che negli Stati Uniti ha definito “straordinarie” le performance del cast. E’ diventato il film giapponese live-action con il maggior incasso di sempre nel mercato locale, superando il record che resisteva da 22 anni, stabilito nel 2003 da ‘Bayside Shakedown 2’. Secondo i dati di Kogyo Tsushinsha, il principale servizio di monitoraggio del botteghino giapponese, il film ha raggiunto i 17,4 miliardi di yen (111 milioni di dollari) e venduto oltre 12,3 milioni di biglietti al 24 novembre 2025. Ma ‘Kokuho’ – presentato in anteprima al Far East Film Festival di Udine – va ben oltre la sua imponenza visiva: è un viaggio dentro un’arte antica e rigorosa, il kabuki, e dentro un Giappone che continua a interrogarsi sul rapporto tra tradizione, identità e modernità. La sua origine risale al nXVII secolo, in cui vigeva una norma morale che impediva alle donne di recitare. Nel kabuki, quindi, sono gli attori uomini a incarnare i personaggi femminili. Una pratica che combina trucco scenico, abiti imponenti e coreografie difficili. Un’arte “inaccessibile” che il cinema può restituire ai giovani.  

Alla domanda sul pubblico del kabuki, Lee Sang spiega – in occasione di un incontro a Roma – come in Giappone non sia “un’arte così conosciuta come si pensa. A teatro ci vanno soprattutto persone molto anziane”. Il film, però, ha cambiato le carte in tavola. La scelta di attori giovani e amatissimi – tra cui Ryusei Yokohama e Ryo Yoshizawa – ha funzionato come un ponte generazionale: “Per molti ragazzi il kabuki è un mondo complesso, quasi proibito. Vedere volti familiari cimentarsi in quelle scene ha abbassato una barriera culturale. Il pubblico si è allargato, e si è ringiovanito”. È uno dei punti più interessanti del progetto: ‘Kokuho’ non si limita a raccontare un’arte, ma la rimette in circolo, la rende di nuovo popolare senza tradirne la sacralità. Al centro della storia ci sono il giovane Kikuo (interpretato da Ryo Yoshizawa), figlio di un boss della yakuza (l’organizzazione criminale tradizionale giapponese), che si fa notare durante un banchetto a Nagasaki esibendosi in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti lo nota l’attore kabuki Hanjiro Hanai (Ken Watanabe), che riconosce immediatamente il talento del quattordicenne. Dopo la morte del padre di Kikuo, Hanjiro accoglie il ragazzo con sé e si trasferisce con lui a Osaka. Lì, Kikuo cresce insieme al figlio di Hanjiro, Shunsuke (Ryusei Yokohama). Nonostante le loro diverse origini, i due stringono una forte amicizia, mentre vengono formati insieme sotto la guida di Hanjiro. Solo uno di loro, però, diventerà il più grande maestro di kabuki della sua epoca.  

“Con questo film (che ha ricevuto una nomination agli Oscar come Miglior trucco e acconciature, ndr) sono andato oltre al racconto di questa tradizione, che ormai va avanti da 400 anni e che si tramanda di padre in figlio”, ma “ho voluto portare sul grande schermo la vita degli attori di kabuki”. Una vita “fatta di tanti sacrifici”. Il sacrificio come fondamento dell’arte Il kabuki, come molte arti tradizionali giapponesi, vive di disciplina e rinuncia. “Nella nostra cultura il sacrificio è spesso legato all’onore, come nei film sui samurai. Nel kabuki è la base stessa dell’arte: oltre al talento, serve una dedizione assoluta. Ken Watanabe interpreta un maestro che ha raffinato quest’arte attraverso una vita di rinunce. È un percorso che definisce chi sei”. Il film, dunque, non celebra solo la bellezza del gesto scenico, ma anche il prezzo che esso richiede. Sul ruolo sempre più centrale della cultura giapponese – dal cinema al cibo, dall’animazione all’artigianato – nel panorama internazionale, Lee Sang-il, quasi stupito, dice: “Me ne sto accorgendo solo ora, viaggiando. In America, in Francia e anche in Italia. La cultura giapponese sta entrando nella vita quotidiana delle persone”. Poi aggiunge un parallelo con l’Italia: “Siamo due Paesi che hanno costruito la propria identità sull’artigianato, sul lavoro fatto a mano. È questo che crea cultura. È questo che si tramanda. Forse è ciò che oggi il mondo sta riscoprendo del Giappone”, conclude il regista.  

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