“Gli americani non hanno mantenuto le loro promesse di aiutare la popolazione e non hanno nemmeno parlato dei diritti umani in Iran come parte dell’accordo”. Sahar, studentessa universitaria di Teheran, pronuncia queste parole con l’amaro in bocca. “Se un accordo verrà raggiunto – gli iraniani, ndr – potrebbero perdere del tutto l’opportunità di un cambiamento”. Le giravolte di Donald Trump hanno reso quasi impossibile la narrazione della guerra nel Golfo Persico, o per lo meno l’individuazione dei suoi obiettivi strategici.
Dopo la prima bomba lanciata sulla capitale della Repubblica Islamica, il tycoon ha parlato di liberazione della popolazione dalla teocrazia islamica e di cambio di regime. Dopodiché, è passato alla disputa sul programma di arricchimento dell’uranio. Infine, dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, si è aggiunto il nodo della crisi energetica globale. E nel susseguirsi degli eventi, l’amministrazione Usa – tanto decantata persino dal figlio dell’ultimo Scià di Persia Reza Pahlavi, che aveva definito l’iniziativa di Washington una “guerra umanitaria” – si è dimenticata dei cittadini.
Peraltro, in risposta all’escalation militare, i Pasdaran e la leadership di Teheran ha stretto in una morsa di repressione sistematica la popolazione, entrambi dominati dalla diffidenza e dal timore che spie e collaboratori americani si siano insinuati tra i civili. Sono aumentate esponenzialmente le esecuzioni, così come gli arresti e la periodica negazione della connessione Internet. In aggiunta, la “decapitazione” di molti dei vertici militari e dei funzionari della Repubblica Islamica non ha fatto altro che aprire un varco significativo alle personalità più estremiste.
“La situazione attuale è la più tesa e delicata degli ultimi 47 anni, dopo la rivoluzione”, spiega Mina da Teheran, “è il momento di porre fine alle ostilità e di aprirci al mondo, soprattutto ai nostri Paesi vicini e arabi del Golfo Persico, che sono stati presi di mira dall’Iran durante la guerra con gli Stati Uniti”. Ad avere l’ultima parola sui colloqui, però, saranno proprio quelle forze che considerano Washington il “Grande Satana” e che rischiano di imprigionare il Paese in uno stallo negoziale. Con delle linee rosse imprescindibili da ambe le parti, il pericolo è che l’accordo – pur raggiungendolo – risulti debole. A discapito, come sempre, della popolazione civile.
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