“Scambio foto moglie”. “Ciao, anche noi disponibili a scambiare foto”. È una delle tante conversazioni, lette da La Sintesi, tra gli oltre 17 mila iscritti al gruppo “Chat Sposati” su Facebook. Qui, tra i post che augurano il buongiorno e la presentazione delle new entry con selfie di rito, si alternano contenuti violenti, sessisti e oggettivizzanti su foto di donne immortalate a loro insaputa.
“Complimenti, molto intrigante. Spero non indossi gli slip”, “Sono un porco, amo la donna matura”, “Bella vacca”. Le donne diventano figurine, mentre gli uomini si scambiano le carte in base alla fantasia del momento. “Scrivimi in privato”. “Mia moglie 42 anni cicciottella”.
Il gruppo “Chat Sposati”, così come “Phica.eu” e “Mia Moglie”, non riunisce certo coppie che necessitano di consigli matrimoniali. Gli iscritti sono per lo più uomini, ma partecipano anche diverse donne, che condividono foto in abiti scollati, tacco a spillo e biancheria intima. Il magnete utilizzato dai partner, insomma, è sempre la donna. Una scelta che la espone inevitabilmente ai commenti, talvolta sgradevoli e misogini, degli iscritti.

L’amministratore è Roby Scanu, un utente anonimo trincerato nel ruolo di osservatore.
Non ha lasciato nessun commento dall’apertura della pagina, l’8 maggio 2014.
Più attivo invece sul suo profilo, dove – in un italiano discutibile – propone agli utenti che lo seguono diverse riflessioni sull’amore e si vanta: “Care donne, non faccio sesso webcam, cerco solo amore. Chiaro? Donne monelle”. L’ultimo post risale al 20 luglio 2014, poi più nulla. Ma se l’amministratore sembra sparito dai social, il gruppo “Chat Sposati” non ha mai smesso di crescere.
L’ultima iscrizione è datata proprio 29 maggio 2026. Tra i post recenti, un utente condivide la foto delle gambe e dei piedi della moglie – anche in questo caso non è chiaro, peraltro, se quest’ultima sia consapevole della violazione della sua privacy – sotto la quale un altro iscritto chiede informazioni sul tipo di biancheria intima che indossa. Il marito risponde nel dettaglio e senza riserve. In un altro post, la donna viene ripresa di spalle mentre si allontana. Un utente commenta: “Va a battere?”.
L’ombra di Phica.eu e Mia Moglie
Qualcuno tra gli iscritti, visti appunto i recenti fatti di cronaca che riguardano i gruppi “Phica.eu” e “Mia Moglie”, commenta: “Una chat simile è stata chiusa mesi fa e quelli che la gestivano sono stati indagati, compresi quelli che mettevano le foto delle mogli e delle compagne a loro insaputa”. Un altro, a quel punto, taglia corto: “E te allora ti levi dai co… così non hai problemi”. Il commento è relativo allo scatto di una donna in costume da bagno, pubblicato dal compagno nel gruppo “Chat Sposati”, travolto dai commenti volgari.

Il nodo, qui, è il consenso. Mentre in alcuni casi sono le donne stesse a condividere i loro scatti in pose sensuali, in altre è il partner a diffondere le foto delle compagne e delle mogli. A volte i volti sono censurati, altri no. Ma non figurano i commenti delle dirette interessate. Sorge quindi il dubbio che si tratti della medesima dinamica perpetrata nelle chat di Phica.eu e Mia Moglie.
Differenza Donna: “È una comunità maschile, organizzata e patriarcale”
“Questo tipo di fenomeno è violento. Il fatto che gli uomini si supportano, scambiandosi le ‘figurine’ non si può dire che sia una goliardata, ma proprio un percorso specifico contro le donne. Che si pensa abbia meno valore perché nasce in un contesto virtuale. In realtà gli effetti sulle donne sono gli stessi della violenza, ad esempio, legata alla relazione con un partner violento” – spiega a La Sintesi Rosalba Taddeini, responsabile per Differenza Donna dell’Osservatorio Nazionale sulla Violenza contro le Donne. Che non ha dubbi sulla natura della condivisione sul gruppo “Chat Sposati”: “Le donne non sono assolutamente consenzienti”.
“Più sono compatti, più diventano comunità, più si sentono forti. Ogni gruppo che nasce, è anche capace di rinascere e migrare. Non avendo delle leggi chiare, questi gruppi si riproducono. Non si può parlare di chat, ma di comunità maschili organizzate patriarcali, che costruiscono consenso intorno alla violenza. La normalizzano o la rendono una pratica collettiva”, continua Taddeini. Sottolinea inoltre che la presenza di diversi profili fake di donne finisce per far cadere parte della responsabilità anche sulle vittime.
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