L’ipotesi che gli Stati Uniti possano rafforzare la propria deterrenza nucleare in Europa orientale viene letta come un segnale rassicurante per gli alleati della Nato, ma allo stesso tempo rivela quanto sia fragile l’attuale equilibrio di sicurezza del continente. È questa la riflessione proposta da Stefano Stefanini, diplomatico di lungo corso e Senior Advisor dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), in un’analisi pubblicata su La Stampa.
Gli interessi di Washington
Secondo Stefanini, l’eventuale ampliamento della presenza di velivoli americani in grado di trasportare armi nucleari rappresenterebbe una svolta rispetto alla progressiva riduzione delle forze convenzionali statunitensi sul continente. I Paesi maggiormente interessati sarebbero quelli che si percepiscono più esposti alla minaccia russa, a partire dalla Polonia e dai Stati baltici.
Per l’analista, il messaggio che arriva da Washington è duplice. Da una parte gli Stati Uniti continuano a valutare un ridimensionamento della propria presenza militare in Europa; dall’altra non sembrano intenzionati a rinunciare al ruolo di garante ultimo della sicurezza dell’Alleanza. Un atteggiamento che Stefanini definisce rassicurante, ma che considera frutto degli interessi strategici americani piuttosto che di una rinnovata solidarietà transatlantica.
Il ruolo di Francia e Regno Unito
Nell’ipotesi di un eventuale ritiro delle capacità nucleari statunitensi dal continente l’Europa dovrebbe affidarsi quasi esclusivamente all’ombrello nucleare offerto da Francia e Regno Unito, le uniche potenze nucleari europee.
Ma Londra e Parigi, osserva Stefanini, non dispongono di strumenti paragonabili a quelli americani. Le loro forze atomiche sono state concepite anzitutto per garantire la sicurezza nazionale e non per estendere una protezione credibile all’intero continente. Anche la proposta avanzata nei mesi scorsi da Emmanuel Macron di rafforzare il ruolo francese nella difesa europea resta, secondo Stefanini, circondata da molte ambiguità sulle modalità e sulle condizioni di un eventuale intervento.
Il rischio della proliferazione
Proprio l’incertezza sulla protezione nucleare rappresenta, secondo l’analisi pubblicata da La Stampa, il pericolo più serio.
Se gli Stati europei dovessero dubitare della solidità dell’ombrello americano e non fidarsi completamente delle garanzie francesi o britanniche, alcuni governi potrebbero essere tentati di sviluppare autonomamente capacità atomiche.
È il fenomeno che gli esperti definiscono “proliferazione orizzontale”: un aumento del numero di Paesi dotati di armi nucleari. Uno scenario che Stefanini considera altamente destabilizzante e che richiama paesi e contesti molto eterogenei come Israele, la Corea del Nord, l’India e il Pakistan.
A luglio il vertice di Ankara
L’attenzione ora si concentra sul vertice Nato previsto a luglio ad Ankara. Si attende di capire se Trump parteciperà, e cosa dirà. Diverse le questioni sul tavolo: il possibile ridimensionamento delle truppe americane in Europa, il rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza e il ruolo che Francia e Regno Unito potrebbero assumere nel sistema di deterrenza continentale.
Per Stefanini, tuttavia, la permanenza dell’ombrello nucleare statunitense resta oggi la soluzione più credibile e meno rischiosa. Una deterrenza “collaudata, strutturata e partecipata”, che continua a rappresentare il principale pilastro della sicurezza europea in una fase segnata dal ritorno delle tensioni tra grandi potenze.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
Facebook
Instagram
X
TikTok
Youtube


