Era il 24 giugno 2016. Il giorno in cui i ventotto Paesi dell’UE diventarono ventisette, dopo che il referendum voluto dal premier britannico David Cameron – per mettere a tacere gli euroscettici – gli si ritorse contro come un effetto boomerang. Con il 51,8% di voti favorevoli e il 48,1% di contrari, gli aventi diritto votarono in larga maggioranza per la Brexit. Il «Vecchio Continente» perse così il 13% della popolazione, dunque 66 milioni di cittadini.
Poco dopo, la sterlina subì un crollo importante nel cambio con il dollaro. Il più consistente dal 1985. E insieme a lei, anche le Borse sprofondarono. Milano, per esempio, registrò uno dei crolli peggiori della storia con -12%. Da lì a poco gli Stati UE definirono il momento storico «senza precedenti» e annunciarono una «risposta unita». Solo nel 2023 però la Brexit vedrà il suo compimento.
Fu il nodo dell’Irlanda del Nord a rallentare il processo. La regione aveva raggiunto la pace nel 1998 con gli Accordi del Venerdì Santo, in seguito ai quali venne eliminato il confine tra le due Irlande. Questo, grazie alla libera circolazione delle merci e dei cittadini garantita dall’appartenenza all’UE. Per questo la Brexit, rimise questo principio in discussione. Tanto che si sollevò nuovamente il rischio di una guerra civile, arginato con il Protocollo del 2020 e con il Quadro di Windsor, appunto, del 2023.
Tutte le crepe della Brexit
La Brexit viene considerata da molti osservatori un evento penalizzante. Il Regno Unito è sprofondato in un’inedita instabilità politica, che ha visto alternarsi ben cinque primi ministri dal 2016 a oggi. Alla conservatrice Theresa May (2016-2019), incapace di far approvare l’accordo con l’UE ai Comuni, è succeduto Boris Johnson (2019-2022). Dopo di lui è stata la volta di Liz Truss (2022), che si è dimessa in tempi lampo a causa di una grave crisi finanziaria legata ai titoli di Stato britannici (Gilt). A lei è seguito Rishi Sunak (2022-2024) e infine Keir Starmer, la cui leadership oggi appare tutt’altro che solida.
Dal punto di vista economico poi, la Brexit ha prodotto finora un bilancio negativo per il Regno Unito. Secondo uno studio del National Bureau of Economic Research, nel decennio fino al 2025 l’uscita dall’UE ha causato una contrazione del Pil britannico del 6-8%, una riduzione degli investimenti del 12% – effetto collaterale dell’instabilità politica – e un calo del 3-4% sia per l’occupazione che per la produttività.
Inoltre, è fallita la principale promessa elettorale fatta ai cittadini: il controllo dei flussi migratori. Nel periodo precedente al referendum, i cittadini UE rappresentavano tra il 59% e il 77% del saldo migratorio, complici l’apertura del mercato del lavoro a rumeni e bulgari nel 2014 e l’alta disoccupazione giovanile nell’Europa meridionale.
Dopo il voto sulla Brexit la tendenza si è invertita, con una perdita di 42mila cittadini europei nel 2025. Tuttavia, il calo degli europei è stato ampiamente compensato da un forte aumento dell’immigrazione da Paesi extra-UE. Nonostante le restrizioni governative abbiano ridotto questo flusso dopo il picco del biennio 2021-2023, i livelli di immigrazione complessiva rimangono più che doppi rispetto al periodo precedente alla Brexit.
Per questo, per molti cittadini britannici, la Brexit è diventata una «Bregret».
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