Falso Made in Italy – Il fenomeno dell’Italian Sounding rappresenta una delle problematiche economiche più complesse per l’agroalimentare italiano, sottraendo quote di mercato ai prodotti autentici attraverso imitazioni diffuse soprattutto negli Stati Uniti. Questa strategia commerciale si basa sull’uso di nomi, immagini e riferimenti geografici che richiamano l’Italia, pur trattandosi di prodotti realizzati interamente all’estero. L’obiettivo è sfruttare la forza del Made in Italy per attirare i consumatori internazionali e aumentare le vendite.
Secondo le stime più recenti di Ismea, questo mercato parallelo ha raggiunto un valore complessivo superiore ai 90 miliardi di euro a livello globale. L’inganno si sviluppa soprattutto sul piano visivo e fonetico, portando i consumatori a credere di acquistare prodotti italiani autentici. Dal punto di vista legale, la Guardia di Finanza chiarisce che l’Italian Sounding non coincide pienamente con la contraffazione, poiché non viola direttamente marchi registrati o denominazioni protette.
Gli Stati Uniti guidano il mercato delle imitazioni
I produttori stranieri sfruttano una zona grigia del diritto commerciale, utilizzando elementi che evocano l’italianità senza incorrere in sanzioni immediate. Questo consente loro di aumentare i profitti, creando però confusione nei mercati e danneggiando le imprese italiane. Una parte rilevante di questo fenomeno si concentra negli Stati Uniti, dove il valore annuo delle produzioni imitazione raggiunge circa 40 miliardi di euro.
Nei supermercati americani è facile trovare prodotti come Parmesan o San Daniele Ham, esempi evidenti di imitazione. La Coldiretti, in occasione del Summer Fancy Food di New York, ha evidenziato perdite significative per l’economia italiana. A queste si aggiunge un danno interno di circa 2 miliardi di euro legato ai codici doganali, che permettono a materie prime straniere di ottenere la nazionalità italiana attraverso il meccanismo dell’ultima trasformazione sostanziale.
Produzioni record e rischi per consumatori
I dati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti mostrano la dimensione industriale del fenomeno, in particolare nel settore lattiero-caseario. I principali poli produttivi, situati in Wisconsin, California e New York, realizzano circa il 90 per cento dei formaggi di ispirazione italiana prodotti negli Stati Uniti. Le cifre parlano di 222 milioni di chili di Parmesan e 170 milioni di chili di Provolone, oltre a 23 milioni di chili di Pecorino Romano e quasi 40 milioni di chili di altre varietà.
Il dato più impressionante riguarda la mozzarella, con una produzione che supera i 2 miliardi di chili all’anno. Complessivamente, i formaggi “stile italiano” raggiungono i 2,7 miliardi di chili, superando persino produzioni storiche americane come il Cheddar. Il fenomeno coinvolge anche salumi e vini, con varianti estere di Mortadella Bologna e Salame Milano e persino kit chimici contenenti polveri e aromi per imitare le denominazioni vinicole più celebri.
Questo scenario evidenzia la necessità di interventi più incisivi attraverso accordi bilaterali, per tutelare il valore economico e culturale del Made in Italy e contrastare un fenomeno che continua a crescere su scala globale.
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