I termini del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) scadono il 30 giugno. Una scommessa per l’Italia, che contava sui 194 miliardi di euro, di cui 124,5 miliardi in forma di prestiti e 70 miliardi di sovvenzioni. Attualmente sono trentacinque i traguardi raggiunti e 124 gli obiettivi prefissati. Per incassare l’ultima rata da 28,5 miliardi di euro, sarà necessario ultimare i lavori i prossimi due mesi e procedere con gli ultimi pagamenti. Non si può non considerare, però, la gestione inefficiente dell’iniziativa UE.
Le ambiguità sono nate quasi immediatamente con l’insediarsi del Governo Meloni a Palazzo Chigi, in quanto al programma strutturato dall’ex premier Mario Draghi sono state apportate ben otto modifiche. Talvolta tradotte in meri espedienti per incassare le rate semestrali. E infatti, di fronte alla consapevolezza di non poter rispettare i tempi previsti, una quota importante – corrispondente a 24,2 miliardi di euro distribuiti su 66 misure – slitterà oltre il termine del 2026, finendo per concludersi nel 2030. Questo riguarderà soprattutto la transizione verso la mobilità sostenibile, quindi i progetti di RePower Eu e della Rivoluzione verde.
Opacità
La Corte dei Conti ha evidenziato che lo Stato sta potenziando fortemente gli incentivi alle imprese, che oggi sfiorano i 50 miliardi di euro e coprono un quarto dell’intero budget. Questa scelta è legata al fatto che distribuire bonus ai privati è molto più semplice rispetto alla gestione diretta dei cantieri pubblici.
Proprio le opere pubbliche, pur non subendo nuovi rallentamenti, continuano a portarsi dietro i vecchi ritardi: al momento, poco più di un terzo dei progetti è stato concluso, coprendo appena il 6,2% del valore economico totale. In generale, la spesa effettiva registrata a fine febbraio si è attestata a 113,5 miliardi di euro, una cifra che rappresenta il 58% di quanto inizialmente previsto.
C‘è poi il nodo della trasparenza e dell’accountability. Il sistema informatico Regis, che sarebbe il database all’interno del quale Comuni e Regioni dovevano inserire i resoconti sull’attuazione del Piano, è partito in ritardo. E così i singoli enti si sono organizzati autonomamente, con le proprie piattaforme. Si è creata così una sovrapposizione di informazioni, difficilmente osservabili. Ma le irregolarità vengono anche dal Parlamento stesso, che non ha rispettato la regolarità semestrale relativa alla condivisione degli aggiornamenti. L’ultimo risale al mese di dicembre del 2025.
C’è poi una totale mancanza di trasparenza e chiarezza sui dati del Fondo complementare e sulle quote per il Sud, aggravata da un errore della Commissione UE che ha scambiato i dati italiani con quelli bulgari.
Progetti inadeguati
Ma venendo al cuore del bilancio, ossia i progetti previsti dal Pnrr, anche in questo caso la gestione del fondo lascia a desiderare. Partendo, ad esempio, dal campo della giustizia, è vero che l’assunzione di oltre 10 mila persone ha permesso di ridimensionare gli arretrati accumulati nei tribunali, ma non ha garantito che questo diventi una prassi e non l’eccezione. Ergo: tra qualche mese tutto potrebbe tornare come prima del Pnrr. E lo stesso discorso vale per la sanità.
Il progetto prevedeva poi 3,8 miliardi per gli asili nido e le scuole dell’infanzia. Anche questo, in ritardo. Inoltre, ha avuto come effetto collaterale l’ampliamento del divario territoriale, penalizzando i Comuni più piccoli. E anche sulla mobilità ferroviaria siamo di fronte a una corsa contro il tempo.
Ci sono poi le politiche del lavoro, per le quali sono stati spesi 4,6 miliardi nel programma Gol, coinvolgendo oltre 3 milioni di lavoratori, ma l’impatto reale sull’occupazione si potrà vedere solo nei prossimi anni.
Ma gli stravolgimenti maggiori riguardano il tema ambientale, con un ridimensionamento dei finanziamenti di oltre 2 miliardi di euro e un importante dietrofront sulle rinnovabili.
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