L’iter giudiziario avviato in seguito alle denunce di Audrey Carmen Manuela Ubeda, cittadina francese residente in Italia, è stato considerato inadeguato in termini di efficacia e accertamenti effettuati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). La donna, infatti, ha vissuto per oltre tre anni in una struttura protetta insieme ai suoi figli, a causa delle aggressioni fisiche e verbali che lei e i bambini subivano sistematicamente da parte del marito. Nel mese di aprile 2021 si era quindi rivolta alle autorità giudiziarie.
Il giudice, che nel novembre del 2021 aveva richiesto l’archiviazione del caso alla Procura di Benevento, aveva definito «uno scherzo di cattivo gusto» il gesto dell’uomo di puntare un coltello alla gola di Ubeda e sostenuto, nel merito della denuncia per violenza sessuale, che sia «normale che gli uomini debbano superare un livello minimo di resistenza che ogni donna tende a manifestare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo le fa delle avances sessuali».
Le condizioni per richiedere l’archiviazione del caso sono state fortemente contestate dalla CEDU, che ha condannato la «cultura sessista e stereotipata» di tali affermazioni. È questa la sentenza depositata dall’organo UE lo scorso 2 luglio. «Per me è una rivincita. Non è semplice per una donna che denuncia ritrovarsi davanti a chi invece di aiutarti vuole metterti a tacere», ha spiegato Ubeda ad Adnkronos.
Ha poi aggiunto: «Per fortuna ho trovato un’altra pm, Maria Colucci, che ha svolto un’inchiesta approfondita e il mio ex è stato condannato proprio lo scorso giugno in primo grado a 4 anni e mezzo». Di fronte all’approccio del giudice al suo caso, Ubeda si era rivolta alla CEDU nel 2024. «Era il mio ultimo appiglio», ha raccontato ai cronisti, per poi concludere: «La decisione della Corte europea deve servire affinché una donna vittima non si ritrovi più davanti a parole del genere scritte da un magistrato».
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