mercoledì 10 Giugno 2026
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Entra in vigore il decreto sulla trasparenza retributiva: a chi è rivolto e come funziona

La nuova direttiva UE permette di chiedere al proprio datore di lavoro la media degli stipendi aziendali divisa per genere

Da Maria Vittoria Ciocci
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Oggi 7 giugno entra in vigore il decreto di recepimento della direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva, approvato lo scorso 30 aprile dal Consiglio dei ministri e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 1 giugno. L’obiettivo è evidenziare, qualora ci siano, differenze di stipendio tra uomini e donne che svolgono la stessa occupazione all’interno di un’azienda e combattere così la discriminazione di genere sul luogo di lavoro.

A chi è rivolto

Il decreto di recepimento sulla trasparenza salariare agisce su più fronti. Tutela, infatti, chi cerca lavoro e chi è già stato assunto, ma monitora anche le grandi aziende. In merito al primo punto, il testo obbliga pubblici e privati a indicare chiaramente la retribuzione associata alla posizione – senza differenze di genere – e vieta di chiedere ai potenziali candidati quanto hanno guadagnato durante la precedente occupazione.

Per quanto riguarda il secondo punto, i dipendenti assunti – che sia full-time o part-time, determinato o indeterminato – hanno diritto a chiedere al proprio responsabile il valore medio dei livelli retributivi, riferito ai colleghi che svolgono lo stesso lavoro. E ottenere una suddivisione per genere. Il responsabile, una volta ricevuta l’interrogazione scritta, ha tempo fino a due mesi per rispondere. Inoltre, l’articolo 7 del decreto vieta ai datori di lavoro di impedire ai dipendenti di fare riferimento esplicito al proprio stipendio.

Infine, relativamente al monitoraggio delle aziende, ora dovranno condividere periodicamente i dati legati al divario retributivo di genere. Qualora emergesse un divario non giustificato superiore al 5%, l’azienda sarà chiamata a formulare un piano correttivo nel più breve tempo possibile. È bene specificare però che la richiesta di trasparenza salariale riguarda la categoria di dipendenti che svolgono lo stesso lavoro. Quindi, per intenderci, un sottoposto non può chiedere il valore della busta paga del proprio capo, ma neppure di un singolo collega.

Monitoraggio e sanzioni

Sarà un organismo di monitoraggio istituito presso il ministero del Lavoro a garantire il rispetto del decreto di recepimento della trasparenza salariale. Alla fase di controllo delle aziende, collaboreranno anche ISTAT, INPS, INAPP e CNEL, insieme ai sindacati. Il dicastero dovrà raccogliere i dati, diffonderli e renderli accessibili. Infine avrà l’obbligo di trasmettere un resoconto alla Commissione UE entro il 7 giugno del prossimo anno.

Il datore di lavoro che non rispetta le nuove direttive europee avrà “l’onere di offrire le giustificazioni di tali differenze e di comprovarne la natura non discriminatoria”. Lo spiegano i senior partner dello Studio Ichino Brugnatelli Massimo Pallini e Margherita Covi tra le pagine di Repubblica. “In caso di incapacità o anche solo di insufficienza del datore di lavoro nell’offrire questa prova in modo convincente, si presume la natura discriminatoria del trattamento retributivo inferiore e obbliga alla parificazione di questo al livello medio”. Inoltre, grazie alle misure di trasparenza, ora la dipendente o il dipendente “disporrà degli elementi di prova, che invece sinora erano indisponibili”.

I report

Come anticipato, ogni azienda dovrà diffondere periodicamente i dati riguardanti il valore medio degli stipendi, suddiviso per categoria di lavoro e genere. Tuttavia, le scadenze cambiano a seconda del numero di dipendenti. Un’azienda con almeno 250 lavoratori deve pubblicare i report ogni anno, mentre tra i 150 e i 249 lavoratori ogni tre anni. Per le imprese più piccole invece, quindi tra i 100 e i 149 dipendenti, il primo report andrà pubblicato entro il 7 giugno 2031 e poi ogni tre anni. Questo, contrariamente alle medie e grandi aziende che invece dovranno diffondere il primo report oggi 7 giugno 2026.

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