martedì 9 Giugno 2026
Carolina Morace all'Europarlamento. Foto dal sito dell'EP.

Mondiali, Morace (M5S): “Tra discriminazioni e propaganda, il calcio perde la sua anima”

L'europarlamentare del M5s, ex calciatrice e allenatrice, intervistata da La Sintesi: "Il calcio dovrebbe costruire ponti, non passerelle"

Da Giustino Marai
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Carolina Morace conosce il calcio da ogni prospettiva. Inserita nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2014, conta 153 presenze e 105 gol in Nazionale, dodici titoli di capocannoniere e dodici campionati vinti. Dopo il ritiro ha allenato le Nazionali femminili di Italia e Canada e, nel 1999, è diventata la prima donna a guidare una squadra professionistica maschile, la Viterbese di Luciano Gaucci.
Avvocata e da sempre impegnata sui temi dei diritti e dell’uguaglianza, dal 2024 Carolina Morace è europarlamentare del Movimento 5 Stelle nel gruppo della Sinistra europea. Con lei abbiamo parlato dei Mondiali in Canada, Stati Uniti e Messico, del complicato rapporto tra calcio e potere e della crisi della Nazionale italiana.

Tra delegati iraniani ancora senza visto, arbitri respinti, giocatori trattenuti per ore o sottoposti a controlli particolarmente invasivi, i problemi non sono più soltanto ipotetici. Andavano chieste garanzie prima, e messe in campo soluzioni alternative.
Oggi è ancora possibile fare qualcosa o è troppo tardi? Quali misure concrete possono essere adottate subito?

Non è troppo tardi, ma è evidente che le garanzie andavano pretese prima. Quando si assegna un Mondiale non basta guardare agli stadi, agli sponsor e ai diritti televisivi: bisogna garantire l’accesso in condizioni di uguaglianza e rispetto ad atleti, arbitri, staff, giornalisti e tifosi.
Oggi la FIFA deve attivare subito un canale straordinario con le autorità dei Paesi ospitanti, le federazioni coinvolte e le rappresentanze diplomatiche, per risolvere i casi pendenti e impedire nuovi episodi discriminatori.
La FIFA non controlla direttamente le frontiere, ma non può limitarsi a dire che non dipende da lei. Se organizzi un Mondiale, hai il dovere di pretendere procedure trasparenti, rapide e non discriminatorie.

Dopo Russia, Qatar e Stati Uniti, nel 2034 sarà l’Arabia Saudita a ospitare il Mondiale di calcio. Fondi sovrani e grandi capitali stanno acquistando un peso crescente nel calcio europeo. I club e i grandi eventi sportivi sono sempre più strumenti di legittimazione politica e di sportwashing. Donald Trump ha ricevuto il Premio FIFA per la Pace, creato ad hoc per lui.
Questa vicinanza al potere fa bene al sistema calcio?

No, non fa bene al calcio. Lo sport ha sempre una dimensione sociale e politica, ma non può diventare uno strumento di legittimazione del potere.
Negli ultimi anni abbiamo visto grandi eventi usati per ripulire immagini internazionali e fondi sovrani sempre più presenti nel calcio europeo. Il rischio è che club e competizioni diventino non più strumenti di partecipazione popolare, ma vetrine per interessi economici e geopolitici enormi. Anche certi riconoscimenti simbolici, quando sembrano più vicini alla diplomazia del potere che ai valori dello sport, rendono ancora più evidente questa deriva.
Il calcio dovrebbe costruire ponti, non offrire passerelle. Se diventa propaganda, perde credibilità e tradisce la sua anima popolare.

Anche i prezzi dei biglietti hanno suscitato forti polemiche. Il calcio internazionale rischia di trasformarsi in uno spettacolo accessibile soltanto ai più ricchi, allontanandosi definitivamente dalla sua base popolare?

Sì, ed è un rischio che stiamo già vedendo. I biglietti per il Mondiale 2026 hanno raggiunto cifre folli e il dynamic pricing rischia di trasformare l’accesso ai grandi eventi sportivi in un privilegio per pochi.
E non è un problema che riguarda solo gli Stati Uniti o questo Mondiale. È una dinamica che stiamo vedendo sempre più spesso anche in Europa, nei grandi eventi sportivi e culturali, dove algoritmi opachi modificano i prezzi in tempo reale e rendono l’accesso sempre meno prevedibile e meno equo.
Per questo, proprio in queste ore, sto presentando un’interrogazione alla Commissione europea: vogliamo sapere se l’attuale quadro europeo tutela davvero i consumatori da aumenti eccessivi e imprevedibili, se le piattaforme dominanti possano alterare la concorrenza e se servano limiti o persino divieti a queste pratiche.
Il calcio nasce come sport popolare. Se una famiglia normale non può più permettersi di andare allo stadio, non stiamo modernizzando il calcio: lo stiamo allontanando dalla sua base sociale.

Quali strumenti hanno concretamente le istituzioni politiche per intervenire? Ritiene che l’Unione europea stia facendo abbastanza per contrastare questa deriva?

Le istituzioni politiche non possono sostituirsi alle federazioni sportive, ma possono intervenire su trasparenza, concorrenza, tutela dei consumatori, diritti dei tifosi, governance e non discriminazione.
L’Unione europea dovrebbe fare di più. Se diciamo che lo sport è inclusione, salute, educazione e coesione sociale, allora dobbiamo difendere questi principi anche quando il calcio viene piegato alla propaganda, al profitto o agli interessi opachi.
Serve una strategia europea più forte contro lo sportwashing e una tutela più concreta del modello sportivo europeo, che non può essere ridotto a puro mercato.

Domanda inevitabile: la Nazionale maschile italiana ha mancato tre Mondiali consecutivi.
Quali riforme strutturali servono per tornare competitivi e qualificarsi nel 2030?

Bisogna smettere di trattare ogni eliminazione come un incidente. È un problema strutturale.
Il talento italiano c’è: lo dimostrano i risultati delle nazionali giovanili. Ma poi questi ragazzi trovano troppo poco spazio nei campionati professionistici. La Serie A è l’ultimo tra i cinque principali campionati europei per impiego di calciatori tra i 21 e i 23 anni: significa che il problema non è la mancanza di talento, ma la difficoltà di accompagnarlo stabilmente nel calcio dei grandi.
Servono investimenti nei settori giovanili, nella formazione degli allenatori e negli impianti. Serve anche un calcio meno schiavo delle plusvalenze, dei procuratori e delle logiche di breve periodo.
Per invertire la rotta non basta cambiare commissario tecnico: serve una visione nazionale per far crescere davvero i giovani e riportare qualità, tecnica e coraggio al centro del nostro calcio.

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