La Corte d’Appello di Milano ordina la sospensione delle attività produttive dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro 90 giorni. La decisione accoglie il ricorso di un gruppo di cittadini sulla presenza di amianto e arriva mentre il governo era alle battute finali della trattativa per la cessione dello stabilimento. Palazzo Chigi convoca un vertice d’urgenza e il Consiglio dei ministri conferma un prestito da 100 milioni per garantire la continuità dell’amministrazione straordinaria.
La decisione dei giudici
Il pronunciamento riguarda l’autorizzazione integrata ambientale rilasciata il 25 luglio 2025. I cittadini ricorrenti chiedevano di accertare la violazione della normativa europea, in particolare nella parte in cui consentiva la prosecuzione dell’attività senza la rimozione preventiva dell’amianto dagli altiforni.
I giudici hanno confermato il rigetto della domanda sull’abbattimento delle emissioni di Co2 dello stabilimento ex Ilva, ma hanno disposto lo stop dell’area a caldo. Una decisione destinata ad avere un impatto immediato sul futuro produttivo e industriale del sito.
Giorgetti: «Cambia tutto»
Dopo la sentenza, Giorgia Meloni ha riunito a Palazzo Chigi i ministri Calderone, Foti, Giorgetti, Pichetto Fratin, Urso e i sottosegretari Mantovano e Fazzolari. Il Cdm ha confermato una nuova tranche di prestito da 100 milioni, spiegata da Giancarlo Giorgetti come misura necessaria «per garantire la continuità operativa dell’amministrazione straordinaria».
«Le sentenze sono sentenze e questa dice stop all’area a caldo», ha aggiunto Giorgetti, ammettendo che il provvedimento potrebbe far saltare una trattativa «abbastanza avanzata, direi prossima alla definizione, con una controparte», cambiando «completamente le condizioni della vicenda».
La trattativa col gruppo indiano Jindal
Il riferimento è alle negoziazioni per la cessione dell’impianto dell’ex Ilva di Taranto, che sembrava destinato a essere rilevato dal gruppo indiano Jindal. Ora lo scenario cambia. Giorgetti però frena sull’ipotesi di nazionalizzazione: «Non è che se ci sono problemi di salute, cambia la questione se il soggetto che produce e inquina è privato o pubblico».
Il governo dovrà affrontare il tavolo con i sindacati in un quadro completamente diverso, con l’area a caldo destinata allo stop e l’amministrazione straordinaria ancora sostenuta da risorse pubbliche.
Le reazioni
Durissima la reazione di Federacciai. Il presidente Antonio Gozzi parla di «apoteosi di un approccio giudiziario che ignora la realtà industriale».
Diversa la lettura delle opposizioni. Per il vicepresidente M5S Mario Turco, la sentenza certifica «il fallimento della strategia del Governo Meloni e del ministro Urso» dopo oltre 4 miliardi di risorse pubbliche impiegate. La deputata Pd Valentina Viggiano denuncia invece la bocciatura degli emendamenti dem per blindare fondi destinati a decarbonizzazione e bonifiche, definendola «l’ennesimo schiaffo alla città e all’intero Paese».
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