Dal palco del festival del riso di Vercelli, Giorgia Meloni sfoggia la solita grinta d’ordinanza: «Gli italiani potranno scegliere premier, coalizione e parlamentari grazie alla destra, la sinistra non è credibile». Ma sotto il guscio della propaganda, a Palazzo Chigi volteggiano i fantasmi. Il passaggio a Palazzo Madama sembra blindato per martedì prossimo, ma lo scoglio vero resta la terza lettura alla Camera, dove le opposizioni riproporranno il voto segreto. A luglio finì male per la maggioranza, finita rovinosamente sotto. Per evitare il bis, il ministro Luca Ciriani lo va ripetendo da giorni: stavolta si blindatutto con la fiducia. Se la trappola scattasse comunque, la premier ha già pronta la ritorsione finale: salita immediata al Quirinale e voto anticipato a gennaio.
Missioni azzerate, ministri precettati e malumori tra gli alleati
La minaccia delle urne a gennaio resta però un’arma spuntata contro i parlamentari terrorizzati dal perdere il seggio con il rientro delle preferenze. Dentro Fratelli d’Italia i malpancisti sussurrano con cautela, mentre in via della Scrofa scatta il regime di sorveglianza speciale. Per la votazione decisiva i ministri saranno tutti precettati e le missioni dei deputati azzerate: chi manca, perde la ricandidatura. Il clima si fa velenoso soprattutto con Forza Italia e Lega. Nelle chat dei Fratelli rimbalza l’intervento con cui Stefania Craxi ha rivendicato in aula la necessità che «i partiti abbiano la responsabilità di formare e selezionare la classe dirigente», un chiaro affondo contro le preferenze. Senza contare la rabbia delle deputate per il taglio dell’alternanza di genere, con Elena Bonetti già pronta a chiamarle alla mobilitazione.
Il fattore Consulta e le trame del Colle
I tormenti dell’esecutivo non svaniranno con l’ultimo pallottoliere di Montecitorio. Nel cerchio magico di Meloni si teme che la Corte Costituzionale possa smantellare la legge in un paio di mesi, prima del voto. Per evitare il disastro, la premier confida sul lavoro sotterraneo di Ignazio La Russa, salito al Colle dopo una fitta telefonata per limare i punti più critici: via il paletto “anti-cespugli” e taglio del tetto firme per i partiti fuori dal Parlamento da 9mila a 6mila. Nonostante i tentativi di spegnere i retroscena sulle tensioni interne, il presidente del Senato rivendica la regolarità delle sue decisioni e blinda FdI presentandola come l’unico «antidoto» alle spallate della destra radicale.
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