Il conteggio finale dei voti per il rinnovo della Knesset spalanca le porte a un intricato rebus geopolitico e istituzionale. La mancanza di una maggioranza netta trascina Israele nell’incertezza, congelando le opzioni sul tavolo attorno alla soglia psicologica dei 61 seggi. Se l’assegnazione delle ultime schede consentisse alla coalizione uscente di raggiungere il quorum minimo, per Benjamin Netanyahu si spalancherebbero le porte per il varo del suo settimo esecutivo: una replica dell’alleanza più sbilanciata a destra della storia del Paese, guidata dagli oltranzisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.
Tuttavia, anche in presenza di numeri autosufficienti, la strategia di Palazzo Chigi punta a cercare un’immediata apertura verso l’opposizione, indirizzando il primo invito ufficiale a Gadi Eisenkot per dar vita a un «ampio governo nazionale».
Il pressing di Donald Trump e l’ombra dell’escalation sull’Iran
L’ipotesi di un governo d’unità risponde a un preciso calcolo di politica estera e diplomatica. L’amministrazione americana guidata da Donald Trump fa filtrare un chiaro dissenso verso le posizioni della destra radicale: l’oltranzismo di Smotrich e Ben-Gvir (ridimensionati dalle urne a soli 6 seggi a testa) viene considerato un ostacolo insormontabile per la gestione della crisi a Gaza e per le prospettive regionali.
Un esecutivo allargato ad Eisenkot, Bennett e Lieberman permetterebbe a Netanyahu di presentarsi a Washington con una compagine moderata e credibile, elemento essenziale mentre si rincorrono le voci su un’imminente ripresa dell’offensiva congiunta Usa-Israele contro l’Iran. Qualora lo stallo attuale trovasse conferma nei numeri definitivi, il potere negoziale delle opposizioni aumenterebbe enormemente: Eisenkot potrebbe pretendere la premiership a rotazione, pretendendo contestualmente l’uscita di scena dell’estrema destra o dei partiti ultraortodossi.
I trasfughi del Likud, il piano Lieberman e il rischio urne bis
Le strade alternative appaiono decisamente più impervie. L’ipotesi che l’opposizione riesca a costruire una maggioranza autonoma arruolando trasfughi tra le fila del Likud sbatte contro la rigidità dei numeri attuali. Diverso è il tentativo messo in campo dal “falco” Avigdor Lieberman, che ha lanciato un appello esplicito ai colonnelli del partito di maggioranza per guidare una rivolta interna e cacciare il loro leader storicizzato, trasformando un Likud post-Netanyahu nel perno di un nuovo quadro politico.
Un’operazione ad altissimo rischio, resa ancora più complessa dalla tenuta elettorale mostrata dal premier alle urne. Se nessun accordo di sistema dovesse andare in porto e se i veti incrociati dovessero paralizzare la trattativa per l’unità nazionale, l’unica via d’uscita rimasta sarebbe il ritorno alle urne entro sei mesi. Una prospettiva che precipiterebbe nuovamente Israele nella spirale delle continue consultazioni elettorali già vissuta tra il 2019 e il 2022.
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