Il prezzo del petrolio supera di nuovo la soglia dei 100 dollari al barile. Il Wti con consegna a maggio sale a 104,57 dollari, segnando un balzo dell’8,28%, mentre il Brent in arrivo a giugno raggiunge i 102,03 dollari con un incremento del 7,12%. Un’impennata che riflette le crescenti tensioni geopolitiche e l’incertezza sull’offerta globale di greggio.
A innescare il rialzo è stato il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, culminato con l’annuncio del presidente americano Donald Trump del blocco dello Stretto di Hormuz. La decisione di “cercare e intercettare” le navi dirette verso i porti iraniani ha riacceso i timori di un’interruzione delle forniture, spingendo gli investitori verso asset considerati più sicuri.
Le ripercussioni si sono fatte subito sentire anche sui mercati finanziari. Le borse asiatiche hanno chiuso in calo, mentre i future a Wall Street e in Europa indicano aperture negative. Il clima di avversione al rischio penalizza in particolare i titoli più esposti alla crescita globale, mentre il dollaro torna a rafforzarsi, sostenuto dal ruolo di valuta rifugio.
In questo contesto, l’Unione europea guarda con crescente preoccupazione agli sviluppi della crisi. Bruxelles monitora la situazione, consapevole dell’impatto che un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari potrebbe avere su inflazione e crescita. Il rischio è quello di un nuovo shock energetico capace di rallentare la ripresa economica e complicare ulteriormente le scelte di politica monetaria della Banca centrale europea.
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