Donald Trump vuole chiudere la guerra prima del 14 maggio, quando incontrerà il leader cinese Xi Jinping a Pechino. Qui, il tycoon potrebbe avere pochi assi nella manica, un effetto collaterale delle sue stesse scelte. Il conflitto nel Golfo (e non solo) sta prosciugando gli asset militari americani. I cittadini statunitensi non si fidano più della sua capacità di giudizio, mentre imperversa la crisi energetica causata dal blocco delle petroliere al largo di Hormuz.
Contrariamente da Teheran, che punta a tre fasi negoziali e a una de-escalation graduale di 30 giorni, Washington necessita di chiudere tutto e subito. I mediatori, alla luce delle esigenze delle due delegazioni, stanno lavorando a un memorandum d’intesa che implica circa un mese per discutere i punti più delicati. Un periodo nel quale l’Iran allenterebbe la presenza dei Pasdaran nello Stretto di Hormuz e gli Usa rimuoverebbero – progressivamente – il blocco navale.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato oggi la delegazione Usa guidata da Steve Daines, senatore repubblicano. In vista del summit della prossima settimana.
“L’accordo è possibile”
Donald Trump è ottimista. Attende la risposta di Teheran sul memorandum in 14 punti consegnato dagli Stati Uniti. Un testo che include la moratoria sull’arricchimento dell’uranio, in cambio dell’allentamento delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati. Punti sui quali difficilmente la leadership iraniana farà un passo indietro. E infatti, dietro all’aria apparentemente serena del tycoon, aleggia la minaccia: “L’accordo è molto possibile. Altrimenti dovremo tornare a bombardarli pesantemente”.
Intanto si attende il via libera ai colloqui, che – salvo imprevisti – dovrebbero riprendere la prossima settimana a Islamabad, in Pakistan. Ambe le parti hanno interesse a chiudere la questione. Il tycoon crolla rovinosamente ai sondaggi e pesa il consumo delle riserve strategiche. Mentre Teheran rischia il collasso economico a causa del blocco navale. Eppure, la Repubblica Islamica tiene ancora il pugno duro. Fino a ieri, nessuna risposta sul memorandum. Se non una sentenza: “La resa senza condizioni è inaccettabile”.
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