Mentre la Global Sumud Flotilla è in rotta verso Gaza, il Global Sumud Land Convoy si sta dirigendo a Rafah, al confine che separa la Striscia dall’Egitto. Si tratta di un complesso umanitario di trenta veicoli, tra cui ambulanze e camion con generi alimentari e beni di prima necessità. “Due mobilitazioni dal basso si uniscono dall’impegno condiviso di rompere l’assedio, fornendo solidarietà e stare al fianco del popolo palestinese”. Il gruppo è partito nel pomeriggio di ieri dalla Libia, il giorno in cui si ricorda la Nakba: letteralmente “catastrofe”, la catena di guerre e rappresaglie che si scatenò in Medio Oriente dopo l’istituzione dello Stato di Israele.
A bordo viaggiano oltre duecento partecipanti, provenienti da più di venticinque Paesi, distribuiti in sei continenti. Tel Aviv si trova così percossa su più fronti: terra e mare. Gli attivisti, infatti, non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Neppure dopo l’arresto, e successivamente il rilascio, dei due membri del consiglio direttivo, Thiago Ávila e Saif Abukeshek. Perché, contrariamente a quanto afferma chi non comprende l’iniziativa, il profondo desiderio di assistere la popolazione palestinese è molto più forte della paura.
E infatti giovedì le 53 imbarcazioni hanno lasciato il porto di Marmaris, in Turchia, per tentare nuovamente di rompere il blocco israeliano e raggiungere la Striscia. Poco dopo, i media di Tel Aviv hanno confermato l’intenzione – prevedibile – delle Idf: procedere ancora una volta con l’abbordaggio delle navi in acque internazionali. “Per Israele siamo più pericolosi di chi porta le bombe, perché creiamo coscienza e non vogliono che la gente si renda conto, che la gente abbia voce” – la denuncia di Abukeshek – “Speriamo di essere vicini in tre giorni. Il messaggio per i palestinesi è che non li lasceremo soli, che continueremo a mobilitarci in terra e per mare”.
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