Il giorno del giudizio per la presidenza di Donald Trump è ufficialmente arrivato. Con i primi seggi aperti sulla costa orientale, gli Stati Uniti sono chiamati alle urne per una tornata di metà mandato che assume tutti i contorni di un verdetto senza appello sulla permanenza del miliardario a Washington. A testimoniare la tensione e l’importanza della posta in palio è l’affluenza record registrata dal voto anticipato, con quasi 58 milioni di americani che hanno già espresso la propria preferenza prima dell’apertura dei seggi.
Le rilevazioni demoscopiche condotte dal Siena College per il New York Times dipingono una prospettiva da incubo per i Repubblicani. I Democratici vedono a portata di mano non soltanto il ribaltamento della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, ma coltivano la concreta speranza di uno tsunami politico capace di trascinare al centrosinistra anche collegi senatoriali storicamente conservatori come Texas, Ohio e Kansas. Una prospettiva che fino a un anno fa pareva irrealizzabile e che oggi viene alimentata dal risentimento popolare per la gestione economica e geopolitica del Paese.
Guerre, carovita e sospetti di corruzione: il fronte d’attacco contro Trump
Sul banco degli imputati finisce l’intero impianto dell’azione di governo portata avanti da Trump. L’esecutivo si presenta al voto stremato dalla scia di polemiche per l’escalation militare e la guerra contro l’Iran, oltre che per l’incapacità strutturale di arginare il carovita e fermare il prosciugamento dei bilanci familiari dei cittadini americani.
A questo s’aggiunge l’offensiva mediatica e politica delle opposizioni sulle questioni morali e sull’arricchimento personale che avrebbe caratterizzato l’entourage del presidente dopo il ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Nel suo discorso conclusivo prima del voto, un Trump ottantenne e apparso arroccato nei palazzi del potere si è difeso sostenendo di aver mantenuto più promesse di quelle fatte. La sua scelta di dedicare gran parte dell’intervento alla presentazione di progetti monumentali per la capitale, piuttosto che alla dura realtà vissuta dagli americani, è stata liquidata come patetica dal leader democratico al Senato Chuck Schumer, che vi ha visto il simbolo di un leader ormai privo di contatto con la realtà.
Che cosa cambia se i Democratici conquistano il Congresso
La perdita del controllo di uno o entrambi i rami del parlamento segnerebbe la fine effettiva della libertà di manovra per l’amministrazione repubblicana. La riconquista della Camera offrirebbe all’opposizione il potere di condizionare le leggi di bilancio e di avviare inchieste parlamentari a tutto campo sulla corruzione e sugli affari personali del tycoon. Un Senato a maggioranza democratica sbarrerebbe la strada alle nomine di governo e, soprattutto, a eventuali designazioni per la Corte Suprema.
Mentre nella periferia di Atlanta i volontari democratici battono i quartieri porta a porta per mobilitare anche l’ultimo elettore in vista della rielezione del senatore Jon Ossoff, nei comizi del GOP l’atmosfera si fa cupa. Candidati repubblicani al Senato come Ken Paxton lanciano l’allarme paventando il rischio che la perdita di feudi come il Texas possa compromettere l’intero assetto istituzionale conservatore. Qualunque sia l’esito dello scrutinio, l’appuntamento con le urne segna l’avvio della fase finale della traiettoria politica di Donald Trump e l’inizio della corsa per la successione al 2028.

