sabato 11 Luglio 2026
Sigfrido Ranucci. Foto: ANSA/Rai

«Non credo al mandante politico. Su Lavitola aspetto le prove». Le parole di Ranucci

Intervistato da Repubblica, il conduttore di Report si dice «stordito» dalle accuse a Valter Lavitola: «Lo considero un vero amico. Non avrebbe mai fatto del male a me o alla mia famiglia»

Di Redazione
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Sigfrido si dice «stordito» dopo l’iscrizione di Valter Lavitola nel registro degli indagati per l’attentato sotto casa sua. In un’intervista ad Alessandra Ziniti per la , il conduttore di respinge le ricostruzioni più maliziose, difende il rapporto personale con l’imprenditore e insiste su un punto: quella bomba non avrebbe un mandante politico, sarebbe invece servita a fermare una notizia in arrivo alla trasmissione.

«Considero Valter un vero amico»

Alla domanda su come si senta davanti all’ipotesi della Procura, Ranucci risponde senza girarci intorno: «Stordito. Considero Valter un vero amico. Aspetto di vedere le , ma sono convinto che non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia».
Il giornalista rifiuta anche l’idea, circolata in queste ore, che l’attentato potesse in qualche modo favorirlo. «Ma non scherziamo», dice a Repubblica. «In queste ore sto sentendo di tutto. Io non ho certo bisogno di visibilità. Casomai ne avrei bisogno di meno per tutti gli attacchi che mi hanno fatto. E poi che faccio? Faccio saltare una macchina con il rischio di far morire mia figlia?».

Un’amicizia nata nel 2019

Ranucci spiega che il rapporto con Lavitola nasce sette anni addietro: «, siamo diventati amici nel 2019 proprio dopo alcune inchieste che Report gli aveva dedicato: quelle sulla famiglia Berlusconi, sui canadair, il caso Tarantini».
Lavitola, aggiunge il conduttore, «è stata anche una fonte importante per altre inchieste». Un rapporto, osserva Ranucci, «alla luce del »: «Andavo spesso con lui al suo ristorante, che solo ora apprendo non essere più suo, e ci siamo sentiti fino a qualche giorno fa».

La telefonata dopo la perquisizione

Il conduttore racconta anche l’ultimo contatto con Lavitola, dopo l’arresto dei quattro presunti esecutori dell’attentato. «La notizia gliel’ho data io», dice. Poi aggiunge: «Lui mi ha chiamato l’altra sera quando sono arrivati i carabinieri a casa sua per la perquisizione. Poi non l’ho più sentito».
Quanto al progetto politico di cui Lavitola avrebbe parlato, Ranucci conferma di esserne stato informato, ma ne ridimensiona la portata: «Me ne aveva parlato. Non so bene cosa avesse in mente, so che stava studiando, faceva fare sondaggi, ha chiesto una mano a me come l’ha chiesta ad altri ». E precisa: «Io non mi sarei mai candidato. L’ho detto anche in commissione Vigilanza».

«Non credo al mandante politico»

Tornando all’attentato, Ranucci ribadisce di non credere alla pista del mandante politico: «Quell’ordigno è stato messo lì in quel momento per fermare una notizia che doveva arrivare a noi di Report. Era un messaggio trasversale, non diretto a me».
Alla domanda su quale notizia potesse essere, il giornalista indica alcuni elementi investigativi che, a suo giudizio, potrebbero offrire una traccia. «Il nome dell’avvocato che ha scelto Lavitola offre qualche spunto», risponde. Poi cita «l’ sul cantiere navale , gli affari con la Libia, il traffico di armi».

«Non so davvero più cosa dire»

Nell’intervista a Ziniti, Ranucci affronta anche il dato dei telefoni di Lavitola e del suo factotum, che il 15 settembre si sarebbero agganciati alla cella della sua abitazione a Torvajanca.
Il conduttore esclude una cena quella sera: «È capitato che Valter sia venuto da me, ma non quella sera. Ho ricontrollato i messaggi». E conclude: «So che aveva preso in affitto una casa a Torvajanica e per andarci doveva passare da lì. Non so davvero più cosa dire».

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