sabato 15 Agosto 2026
Donald Trump e Xi Jinping ph ai

Trump accusa la Cina: «Una rete per aggirare i dazi»

Secondo un nuovo rapporto dell’amministrazione Trump, una vasta rete di riesportazioni avrebbe consentito a merci cinesi di raggiungere il mercato statunitense passando attraverso Paesi terzi

Di Redazione
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La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina torna a inasprirsi proprio mentre Washington e Pechino preparano un nuovo confronto ai massimi livelli. L’amministrazione di Donald ha accusato oltre 40 Paesi di aver contribuito, direttamente o indirettamente, a consentire alle imprese cinesi di aggirare i dazi statunitensi attraverso il cosiddetto , cioè il trasferimento delle merci attraverso uno o più Paesi intermedi prima dell’ingresso negli Stati Uniti. Secondo il diffuso dall’amministrazione americana, questa pratica avrebbe ridotto in maniera significativa l’efficacia delle tariffe imposte da Washington sui prodotti provenienti dalla Cina.

Il documento, intitolato “The Great Transshipment Scam: Rise, Scope, and Costs”, descrive un sistema che secondo la Bianca avrebbe assunto dimensioni molto più ampie rispetto ai singoli casi di frode doganale. L’ americana riguarda una rete internazionale di triangolazioni commerciali attraverso la quale alcuni prodotti cinesi avrebbero raggiunto gli Stati Uniti con una diversa indicazione dell’origine. In questo modo, le merci avrebbero potuto beneficiare di condizioni tariffarie più favorevoli rispetto a quelle applicate direttamente alle importazioni dalla Cina.

Il tema assume un peso particolare perché arriva alla vigilia di un nuovo possibile incontro tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Il dossier commerciale rappresenta infatti uno dei principali terreni di scontro tra Washington e Pechino. La Casa Bianca sostiene che la Cina abbia continuato a sfruttare le differenze tra i sistemi tariffari dei vari Paesi per mantenere un forte accesso al mercato americano, nonostante le misure adottate dall’amministrazione Trump per ridurre le importazioni cinesi.

La «rete ombra» delle riesportazioni

Il meccanismo contestato dagli Stati Uniti non richiede necessariamente che un prodotto cambi completamente natura durante il percorso. Il punto centrale riguarda l’origine dichiarata della merce e le eventuali trasformazioni effettuate prima dell’esportazione verso gli Stati Uniti. Secondo l’amministrazione americana, alcuni operatori avrebbero utilizzato Paesi intermedi come di passaggio per mascherare l’origine cinese dei prodotti e ridurre così l’impatto delle tariffe.

Il rapporto indica tra i Paesi coinvolti anche importanti commerciali degli Stati Uniti. La lista comprende, tra gli altri, Canada, , Giappone, India e diversi Paesi dell’Unione europea. L’accusa, tuttavia, non significa automaticamente che tutti i governi citati abbiano organizzato o sostenuto una strategia illegale. Il transito internazionale delle merci rappresenta infatti una componente ordinaria del commercio globale e la questione riguarda soprattutto quei casi nei quali Washington ritiene che le regole sull’origine dei prodotti siano state aggirate.

La posizione americana ha già provocato reazioni diplomatiche. I Paesi chiamati in causa devono infatti distinguere tra il normale funzionamento delle catene globali di approvvigionamento e le eventuali operazioni fraudolente realizzate da singole aziende o reti commerciali. L’Unione europea, in particolare, ha ribadito l’impegno nella lotta alle frodi doganali, ma respinge l’idea che il sistema europeo favorisca in modo sistematico l’elusione dei dazi statunitensi.

Arriva «Detective Border», l’arma tecnologica di Washington

Per contrastare il fenomeno, l’amministrazione Trump punta anche sull’intelligenza artificiale. Al centro della nuova strategia compare “Detective Border”, un sistema destinato ad aiutare le autorità americane a individuare anomalie nelle dichiarazioni doganali e nei percorsi internazionali delle merci. L’obiettivo consiste nel confrontare grandi quantità di dati commerciali per individuare schemi sospetti, collegamenti tra aziende, variazioni improvvise nei flussi e possibili incongruenze sull’origine dei prodotti.

Peter Navarro, figura di primo piano della politica commerciale dell’amministrazione Trump, ha descritto il fenomeno come un sistema particolarmente sofisticato. «Non c’è nessun posto dove correre e nessun posto dove nascondersi», è il messaggio che ha accompagnato la presentazione della nuova offensiva contro chi cerca di sottrarsi ai dazi. L’amministrazione americana considera quindi il controllo delle frontiere commerciali una parte integrante della propria politica tariffaria, al pari dei controlli sulle merci che attraversano fisicamente il confine.

La Casa Bianca sostiene inoltre che il fenomeno abbia prodotto una perdita consistente di entrate per il governo federale. Le stime contenute nel rapporto indicano un danno annuale che potrebbe raggiungere decine di miliardi di dollari. La valutazione dipende dalla quantità di merci che effettivamente attraversano Paesi terzi per evitare le tariffe e dalla capacità delle autorità americane di distinguere le normali operazioni commerciali dalle pratiche fraudolente.

Il nuovo fronte della guerra dei dazi

La denuncia americana apre quindi un nuovo fronte nella lunga battaglia commerciale tra Washington e Pechino. I dazi non rappresentano più soltanto uno strumento per colpire direttamente le esportazioni cinesi, ma diventano anche un mezzo per esercitare sui Paesi che fanno parte delle catene produttive internazionali. L’amministrazione Trump vuole infatti rendere più difficile qualsiasi trasferimento artificiale della produzione o semplice modifica della rotta commerciale finalizzata a ottenere un trattamento tariffario più favorevole.

Il problema riguarda soprattutto la struttura dell’ globale. Negli ultimi anni molte aziende hanno distribuito la produzione tra diversi Paesi, acquistando componenti in una nazione, effettuando lavorazioni in un’altra e completando l’assemblaggio altrove. Stabilire con precisione l’origine di un prodotto può quindi diventare complesso, soprattutto quando una singola merce contiene componenti provenienti da numerosi Stati.

Proprio su questo terreno Washington intende aumentare i controlli. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale dovrebbe permettere alle autorità di analizzare i flussi commerciali con maggiore rapidità e di concentrare le verifiche sulle operazioni considerate più rischiose. La strategia mira così a colpire non soltanto chi importa direttamente dalla Cina, ma anche chi utilizza una terza nazione come passaggio per eludere le restrizioni.

Il dossier arriva dunque in un momento delicato per i rapporti tra Donald Trump e Xi Jinping. Il confronto sul commercio si intreccia con altri dossier strategici, dalle esportazioni cinesi di tecnologie e terre rare fino alla sicurezza economica e alle catene globali di approvvigionamento. La nuova accusa americana rende ancora più complesso il percorso verso un accordo stabile tra le due potenze e prepara il terreno a un possibile nuovo round di negoziati nel quale i dazi e le regole sull’origine delle merci potrebbero occupare un ruolo centrale.

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