La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran fa tremare le Borse europee. Oggi i mercati affrontano la prova più dura: misurare l’impatto di un conflitto che si è allargato ai Paesi del Golfo e che può cambiare gli equilibri economici costruiti negli ultimi anni.
Finora gli shock globali, dalla guerra in Ucraina alle tensioni commerciali americane, sono stati assorbiti. Ora però il rischio è una “tempesta perfetta”. A pesare non è solo il fronte militare, ma anche l’incertezza su crescita, occupazione e nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. Se la guerra dovesse durare più del previsto, la fiducia degli investitori potrebbe vacillare.
Il nodo è il tempo. Più il conflitto si prolunga, più aumenta la cautela. Nelle sale operative si teme una reazione a catena: vendite massicce, listini in caduta, fuga verso beni rifugio. Non si esclude neppure l’ipotesi opposta, con movimenti speculativi su debiti sovrani o settori esposti.
Il comparto energia resta il più esposto. Il petrolio è sotto pressione e l’Opec+ ha annunciato un aumento della produzione di 206 mila barili al giorno da aprile, oltre le attese. Un segnale che fotografa la tensione dopo gli attacchi su Teheran e le ritorsioni iraniane.
Il punto più delicato è lo Stretto di Hormuz. Da quel passaggio controllato dall’Iran transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota simile di gas liquefatto diretto in Asia. Una chiusura prolungata può innescare una nuova crisi energetica, con rincari per imprese e famiglie. I mercati lo sanno. E oggi daranno il primo verdetto.
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