martedì 15 Settembre 2026

Salvini: «Ranucci non può dire quello che vuole, lo pagano dagli italiani». Anche a lui, da 30 anni vive di politica

A Dritto e Rovescio il leader della Lega attacca il giornalista per lo stipendio pagato dal canone Rai. Ma la sua carriera politica dura da oltre trent’anni tra Comune, Parlamento e governo

Di Redazione
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Giovedì 3 settembre, a , Matteo ha deciso di impartire una piccola lezione sul rapporto tra e libertà di parola. Nel mirino c’era Sigfrido Ranucci. Il ragionamento del leader della Lega è stato netto: «Lo stipendio di Ranucci lo pagano tutti gli italiani col canone , quindi non può dire e fare quello che vuole». Una frase che merita di essere presa sul serio. Non tanto per Ranucci, quanto per la domanda che inevitabilmente si porta dietro: se essere pagati dagli italiani significa dover stare particolarmente attenti a ciò che si dice e si fa, come si applica il principio a chi la propria carriera l’ha costruita quasi interamente dentro le istituzioni?

Da consigliere comunale a ministro

Matteo Salvini è iscritto alla Lega dal 1990 e viene eletto per la prima volta consigliere comunale a Milano nel 1993. Nel 1997 si candida come capolista dei Comunisti Padani al della Padania. Nel 1998 diventa segretario provinciale della Lega Nord. Nel 1999, da segretario provinciale, si rifiuta di stringere la mano al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: «Lei non mi rappresenta». Poi arriva una lunga sequenza di incarichi elettivi. Nel 2004 viene eletto al . Nel 2006 torna al Comune di Milano, dove viene eletto consigliere e diventa capogruppo. Nel 2008 arriva alla Camera dei deputati, ma l’anno successivo sceglie Strasburgo, dimettendosi da deputato. Nel 2013 viene nuovamente eletto alla Camera e anche questa volta lascia il Parlamento nazionale per mantenere il seggio europeo. Nel 2014 viene rieletto al Parlamento europeo e nel 2016 è confermato per il tredicesimo anno consecutivo consigliere comunale di Milano. Nel 2018 arriva a Palazzo Madama: viene eletto senatore in e, dal dello stesso anno, diventa ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo I.

E dopo il 2018?

La storia non finisce lì. Nell’estate del 2019 Salvini lascia il governo Conte I dopo aver aperto la crisi politica che porta alla nascita del governo Conte II. Rimane però parlamentare e, soprattutto, leader della Lega. Nel 2022 torna al governo. Dal 22 ottobre è vicepresidente del Consiglio nel governo Meloni e successivamente assume anche l’incarico di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ed è qui che il paradosso della frase pronunciata diventa interessante. Perché dal 1993 a oggi Salvini ha attraversato consiglio comunale, Parlamento europeo, Camera, e governo. Una carriera politica di oltre trent’anni trascorsa in ruoli istituzionali, dunque pagati attraverso il sistema pubblico.

La domanda che resta

Naturalmente non c’è nulla di scandaloso nel fatto che un parlamentare o un ministro venga pagato dallo Stato: è previsto dalla legge ed è parte del funzionamento delle istituzioni democratiche. Il problema nasce quando quel dato viene trasformato in un argomento per sostenere che chi riceve uno stipendio pubblico non possa «dire e fare quello che vuole». Perché allora la regola dovrebbe valere per tutti. E se il criterio evocato da Salvini è davvero quello del «lo pagano tutti gli italiani», viene spontaneo girare la domanda dall’altra parte dello studio televisivo: Salvini, da trent’anni dentro le istituzioni, chi lo ha pagato? La risposta è semplice: anche lui, in larga parte, gli italiani. La differenza è che Ranucci viene pagato per fare il giornalista. Salvini viene pagato per fare politica. E nessuno dei due, proprio perché riceve denaro pubblico, perde per questo il diritto di parlare. Altrimenti il problema non sarebbe più il canone Rai. Sarebbe la democrazia.

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