Giuseppe Conte alza le barricate sulla politica estera e invia un messaggio chiarissimo a Elly Schlein in vista dell’evento programmatico M5S a Milano: «Non sottoscriveremo mai un programma che lo preveda, chiunque vinca le primarie». Il no all’invio di armi a Kiev e al riarmo diventa la bandiera identitaria dei pentastellati a Nova, dove sono attesi interventi di rilievo come quelli di Francesca Albanese, Jeffrey Sachs e Alberto Negri. Conte intende blindare la linea pacifista del Movimento per distinguersi nettamente dal governo Meloni, pur attento a non alzare l’asticella a livelli tali da far saltare ogni trattativa al tavolo di coalizione con i dem.
La protesta sulle firme e i sospetti di sponda
L’intransigenza sulla guerra si accompagna alla furia contro le manovre d’aula sulla legge elettorale. Conte è sceso in piazza a fianco dell’assessore romano Alessandro Onorato per contestare l’emendamento di Fratelli d’Italia sulle 6mila firme a collegio, bollato come «una norma antidemocratica, illiberale e incostituzionale». L’ex premier sospetta intese trasversali destinate a favorire le truppe di Matteo Renzi a scapito delle liste civiche. Verso il leader di Italia Viva il veto rimane fermo: «Vale il 2 per cento, servono garanzie per evitare che certe forze politiche esercitino un potere ricattatorio».
I timori nel Movimento e il fattore campo largo
Nel M5S la preoccupazione principale resta quella di evitare che Renzi possa piazzarsi come ago della bilancia di un futuro esecutivo di centrosinistra. Una posizione condivisa anche da Chiara Appendino, convinta che l’alleanza con il senatore di Rignano «ci fa perdere voti». Per questo Conte continua a ripetere alla segretaria del Pd che «sbaglia a fidarsi del fu rottamatore», intenzionato a far valere il peso del Movimento nella costruzione del programma di governo.
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