Tra i corridoi del Parlamento il clima è ormai di aperta paranoia. L’iter della riforma della legge elettorale ha innescato una crisi di nervi dentro i gruppi della maggioranza di centrodestra, stretti tra la paura del voto segreto in Aula e lo spettro sempre più concreto di un ritorno anticipato alle urne.
La minaccia di Palazzo Chigi e la tentazione della primavera
Mentre Giuseppe Conte pronostica in Transatlantico la frantumazione della maggioranza, Giorgia Meloni mette le carte in tavola davanti ai propri ministri: se il provvedimento cade sulla conta segreta, le dimissioni saranno immediate con il ricorso alle urne tra gennaio e febbraio. Una linea di massima fermezza motivata anche dall’irritazione per le assenze registrate nelle recenti sedute al Senato, dove il ministro Luca Ciriani ha dovuto richiamare i gruppi all’ordine per i passaggi decisivi d’inizio ottobre.
In realtà, tra i fedelissimi della premier si fa strada la convinzione che la legislatura sia giunta comunque al capolinea. I dati Istat sulle prospettive economiche rendono complessa la gestione delle prossime manovre finanziarie, mentre i gruppi di Lega e Forza Italia appaiono attraversati da forti scontenti interni. Anche la recente sovraesposizione mediatica di Meloni confermerebbe la preparazione di una campagna elettorale lampo, orientata a fissare l’appuntamento con il voto tra aprile e maggio.
Le liste dei sospetti e le contromisure d’Aula
Per blindare il passaggio parlamentare ed evitare trappole, i vertici di centrodestra hanno messo a punto vere e proprie contromisure d’emergenza. Esistono elenchi riservati con i nomi dei potenziali “franchi tiratori”, individuati soprattutto tra chi teme il ritorno alle preferenze per la rielezione. A fronte di una maggioranza alla Camera di 235 deputati, basterebbe una trentina di voti contrari per far saltare la legge.
Per neutralizzare i frondisti sono scattati colloqui individuali e un piano di monitoraggio diretto delle votazioni: dall’impiego di “osservatori” nelle tribune superiori fino alla ridistribuzione strategica dei banchi per affiancare parlamentari ortodossi ai colleghi considerati a rischio. L’unica incognita per chi medita il blitz resta il fattore economico: interrompere la legislatura in anticipo significherebbe per molti la perdita del diritto alla pensione e di diversi mesi di indennità.





