Lo spy thriller della fuga di Flávio Bolsonaro verso gli Stati Uniti fa saltare per aria i palazzi della politica romana e trascina il governo Meloni al centro di una bufera diplomatica ed etica. Mentre la Polizia Federale brasiliana ha annullato i passaporti sudamericani del senatore braccato dalla giustizia, a garantirgli la libertà di movimento internazionale è proprio il passaporto italiano concesso sotto l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni nel 2023.
Una concessione arrivata nell’ambito di una precisa strategia di politica estera: la scelta di velocizzare le pratiche per i Bolsonaro è stata infatti una mossa diplomatica per rafforzare i legami strategici con il Brasile, in un momento storico ed economico in cui per l’Italia era vitale spalancare le porte a nuovi sbocchi commerciali e relazioni d’affari con le potenze del Sud America. Una corsia preferenziale concessa a una delle dinastie più controverse d’America Latina che oggi si rivela un clamoroso boomerang per Roma.
Il paradosso dello Ius Sanguinis: privilegi ai latitanti, porte chiuse a chi vive e lavora in Italia
A fare da cornice a questa vicenda è l’etica e profonda contraddizione della legislazione italiana in materia di cittadinanza. In Italia vige inamovibile il principio dello “ius sanguinis”, secondo cui si viene riconosciuti cittadini alla nascita solo se figli di italiani. Una norma che permette a chiunque dimostri di avere un avo o un trisnonno emigrato un secolo fa — come nel caso del clan Bolsonaro — di ottenere la cittadinanza in tempi rapidi e senza ostacoli burocratici, anche senza aver mai parlato la lingua o vissuto un solo giorno nel Paese.
Il paradosso esplode se confrontato con la realtà quotidiana: in Italia vivono centinaia di migliaia di cittadini di origine straniera nati sul territorio, cresciuti nelle scuole italiane, o lavoratori che pagano le tasse da decenni, costretti a districarsi in procedure estenuanti, interminabili e farraginose pur di vedere riconosciuti i propri diritti fondamentali.
Il precedente di Eduardo e lo sberleffo dal Texas
Questo privilegio normativo, trasformato in strumento d’incidente diplomatico dal governo Meloni, era già stato ostentato con arroganza all’interno della famiglia. Già l’11 ottobre scorso, dopo essere stato condannato a 4 anni e 2 mesi di carcere per coazione giudiziaria, il fratello Eduardo Bolsonaro aveva sbandierato in video il passaporto italiano dalla sua villa di Dallas, in Texas, sfidando il magistrato supremo Alexandre de Moraes a chiedere l’annullamento del documento alle autorità di Roma.
Oggi, con Flávio Bolsonaro in fuga verso gli Stati Uniti grazie al lasciapassare fornito dal ministero dell’Interno italiano, la scelta tattica del governo Meloni si trasforma in un caso imbarazzante: un passaporto concesso per fare affari con il Brasile è diventato il salvagente perfetto per sottrarsi alla giustizia.

