«È schiattato ah», «Cazzo me ne frega a me». E ancora, rivolgendosi ai soccorritori mentre la chiave delle manette si spezzava nella serratura nel bel mezzo di un blocco disperato: «Se schiatta ci divertiamo». Sono i commenti agghiaccianti, agiti con agghiacciante cinismo ed emersi dalle registrazioni sul campo, che svelano l’inferno vissuto il 19 luglio da Abderrahim Fakir, il 42enne di origine marocchina morto a Bologna mentre veniva immobilizzato dalla Polizia di Stato.
Le frasi shock sono contenute nella relazione finale di quasi 300 pagine depositata dai consulenti tecnici incaricati dalla Procura di Bologna. Mentre l’uomo urlava disperatamente «aiuto» schiacciato sull’asfalto con le braccia bloccate dietro la schiena, la reazione di chi doveva proteggerlo e contenerlo si è trasformata in uno show d’indifferenza brutale.
La diagnosi della Procura: soffocamento, overdose e 6 minuti a pancia in giù
La perizia medico-legale ricostruisce con precisione chirurgica le cause della morte di Fakir, attribuita a una «insufficienza respiratoria acuta su base ipossica». Un decesso arrivato su un quadro clinico già fortemente compromesso da un’intossicazione acuta da cocaina e da una severa cardiopatia preesistente, su cui hanno gravato come macigni l’ipertermia e l’estrema agitazione psicomotoria.
Ma a giocare un ruolo cruciale è stata la tecnica di contenimento: l’uomo è stato tenuto in posizione prona con gli arti superiori bloccati per 6 minuti e 27 secondi. Una postura che i consulenti definiscono un «ulteriore fattore concorrente» al decesso. I traumi e le lesioni riscontrati sul capo, sul collo e sulle spalle sono stati prodotti proprio durante le manovre d’ingaggio e blocco degli agenti, sebbene per i periti del pm non abbiano avuto un ruolo causale diretto nell’esito letale.
La catena degli errori del 118 e la guerra delle perizie
Il documento della Procura squarcia il velo anche sul lavoro dei soccorritori della Croce Rossa e del 118, evidenziando una catena di criticità e fallimenti procedurali. Il triage telefonico iniziale non ha approfondito la gravità del quadro clinico né assegnato il codice rosso base imposto dai manuali d’emergenza, mentre la centrale operativa ha inviato sul posto un equipaggio Blsd anziché un’automedica con medico a bordo.
Nonostante gli esperti sottolineino come persino un intervento impeccabile avrebbe garantito a Fakir solo il 15% di probabilità di sopravvivenza, le difese affilano le armi per lo scontro in tribunale. Se l’avvocato degli agenti Gabriele Bordoni esulta parlando di «conferma di una morte dovuta allo stato di salute ed intossicazione senza violenza o schiacciamento», l’avvocato della famiglia del 42enne, Fabio Anselmo, promette battaglia: «I consulenti del pm non hanno escluso il ruolo concausale della posizione prona imposta a Fakir. Il nostro esperto, il professor Vittorio Fineschi, presenterà una propria relazione per dimostrare la forte discrasia di questa ricostruzione».

