La guerra in Iran rischia di far pagare all’Italia prezzi ben più alti rispetto ad altre Nazioni europee. Secondo una stima di Oxford Economics, l’inflazione del nostro Paese potrebbe registrare un +1% entro la fine dell’anno rispetto alle stime precedenti. Inoltre, l’indice dei prezzi aumenterebbe oltre il 3%.
Il primo aumento provocato dalla guerra in Iran ha riguardato proprio petrolio e gas, ponendo Roma in una situazione complessa. Se in Europa l’effetto stimato sull’inflazione è del +0,4%, l’Italia risulta la Nazione con la pressione sui prezzi più intensa. Questo a causa del suo deficit strutturale di energia.
Paesi che producono ed esportano energia hanno impatti limitati: per gli Usa si stima un +0,2%, mentre per Canada e Norvegia si prospetta addirittura una crescita del Pil. L’Italia è più esposta perché importa grandi quantitativi di gas. Quindi, con la guerra nel Golfo che minaccia di interrompere le catene di trasmissione dei commerci, aumenta l’incertezza e arrivano i rincari. Molte rotte commerciali tra Asia ed Europa attraversano il Medio Oriente, per cui le deviazioni dovute al traffico ridotto nello Stretto di Hormuz provocano costi di spedizione più alti.
L’Italia paga le conseguenze del mancato reshoring, ovvero il ritorno in Patria delle produzioni trasferite all’estero per abbassare i costi di produzione. Una mancanza che oggi sembra più costosa che mai. La speranza è che, se il conflitto dovesse interrompersi velocemente, queste conseguenze resteranno provvisorie.
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