Era il 26 aprile del 1986. Sono passati quarant’anni dal disastro di Chernobyl, il più grave incidente civile della storia mondiale, le cui conseguenze ambientali e sanitarie si fanno sentire ancora oggi.
La catena di errori
L’incidente avvenne durante un test di sicurezza sul reattore numero 4, progettato per verificare il funzionamento delle turbine in caso di blackout. Per eseguirlo furono disattivati sistemi automatici essenziali, mentre il reattore, già instabile a bassa potenza, divenne sempre più difficile da controllare. I reattori di tipo Rbmk, infatti, presentavano gravi difetti di progettazione che li rendevano particolarmente instabili in quelle condizioni. Il tentativo di spegnimento con il pulsante di emergenza aggravò ulteriormente la situazione: le barre di controllo, dotate di punte in grafite, provocarono un improvviso aumento di potenza invece di ridurla. Ne seguirono la fusione del nocciolo e due violente esplosioni che distrussero la struttura e dispersero enormi quantità di materiale radioattivo nell’atmosfera.
Le conseguenze immediate e di lungo termine
La nube si diffuse rapidamente su un’area vastissima, colpendo le aree delle odierne Ucraina, Russia e, soprattutto, Bielorussia, che subì circa il 70% del fallout. Le radiazioni rilasciate furono almeno cento volte superiori a quelle di Hiroshima e Nagasaki. Secondo l’Onu, le vittime stimate sono circa 4mila, mentre oltre 116mila persone furono evacuate. Nel corso degli anni circa 350mila persone lasciarono la regione ma, a causa della scarsità di informazioni e delle difficili condizioni economiche di molte famiglie, la maggioranza della popolazione decise di restare. Pagarono cara l’esposizione prolungata: le radiazioni compromisero gravemente le loro difese immunitarie e causarono un picco di numerose patologie, soprattutto di tumori alla tiroide, oltre a una serie di patologie di natura psicologica derivanti dalla consapevolezza di vivere in un luogo contaminato e privo di futuro.
La centrale venne racchiusa in un sarcofago di cemento, poi coperto da una struttura più avanzata tra il 2016 e il 2018. Nonostante ciò, si stima che i territori adiacenti rimarranno inabitabili per 24mila anni.
La svolta globale
Il disastro segnò un punto di svolta globale. Il coinvolgimento delle Nazioni Unite divenne centrale a partire dal 1990, quando l’Unione Sovietica riconobbe la necessità di assistenza internazionale. L’Assemblea generale adottò la risoluzione 45/190, avviando programmi di cooperazione e una task force inter-agenzia, seguiti nel 1991 dalla creazione del Chernobyl Trust Fund. Da allora sono stati realizzati oltre 230 progetti in ambito sanitario, ambientale e sociale, e soprattutto sono stati introdotti nuovi standard di sicurezza, maggiore trasparenza e cooperazione internazionale.
Le tensioni odierne
Nel 2016 l’Onu ha istituito la Giornata internazionale della memoria del disastro di Chernobyl, perché incidenti simili non si verifichino mai più. Oggi, però, le tensioni internazionali riportano in auge lo spettro nucleare. A febbraio 2025 il nuovo sarcofago di Chernobyl è stato perforato da un drone russo, che ha messo a rischio la sua capacità di contenimento, mentre la guerra prosegue nei pressi della centrale di Zaporizhzhia. Gli attacchi all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti non hanno risparmiato l’area del sito nucleare di Bushehr.
La memoria del disastro, a quanto pare, non è sufficiente a frenare i bellicosi istinti degli Imperi.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
Facebook
Instagram
X
TikTok
Youtube
