Nel silenzio carico di memoria del Binario 21, a Milano, le parole pesano più del solito. Non sono solo ricordi del passato, ma ferite che continuano a riaprirsi nel presente. Liliana Segre torna nel luogo da cui partì prigioniera e racconta una realtà che fa male: l’odio non è sparito, ha solo cambiato forma.
“Ho quasi 96 anni, sono vicina alla morte, eppure c’è chi mi scrive: perché non muori?”. La senatrice a vita lo ha detto durante l’incontro Le vittime dell’odio, organizzato dall’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori. Parole dure, che ricordano le minacce ricevute già nel 1938, prima della deportazione. Un filo che unisce passato e presente.
Segre non nasconde lo stupore. Dopo tutto quello che ha vissuto, non si aspettava di leggere ancora insulti e auguri di morte. E con una punta di amarezza ha rivolto una domanda al ministro dell’Interno: “Chi ha bisogno di cure, io o chi scrive queste cose?”.
Il ritorno al Memoriale resta un momento carico di emozione. «Ricordo troppo bene il giorno in cui entrai qui da prigioniera», ha detto. Per lei quel luogo non è solo storia, ma parte della sua identità. Una cicatrice che non si cancella. Segre ha seguito quei fatti con apprensione. Al corteo milanese c’era anche suo figlio. “Da madre ero preoccupata”, ha confessato.
Leggi anche: Saluti romani a Dongo: gli antifascisti imbrattano il corteo
Seguite La Sintesi sui nostri social!
