venerdì 8 Maggio 2026
Adolfo Urso

I fallimenti del ministro Urso che imbarazzano Meloni: dall’ex Ilva al caro carburanti

In tre anni e mezzo di governo il ministro delle Imprese è passato da fedelissimo di Meloni a punto debole dell'esecutivo. Nessuno dei dossier a lui ha affidati è stato risolto positivamente e diversi settori industriali rischiano ormai la recessione

Da Laura Laurenzi
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A volte stare fermi e non concludere nulla è meglio che muoversi e generare caos. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, lo sa bene. A poco più di un anno dalla fine della legislatura, Giorgia Meloni ha compreso che il suo fedelissimo si è ormai trasformato in uno dei suoi principali punti deboli. Le imitazioni di Crozza e gli strafalcioni linguistici agli eventi e in Aula sono solo la punta dell’iceberg di un problema ben più grave: Urso ha fallito su tutti i dossier che gli sono stati affidati.

Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ormai si rifiuta di avere colloqui col ministro, il settore dell’auto è sull’orlo del baratro, l’ex Ilva è ferma e le trattative per il suo acquisto producono più dubbi che certezze, mentre il decreto energia è ormai finito sotto l’egida del ministero dell’Economia. Adolfo Urso è stato sfiduciato, ma Meloni non può sostituirlo per evitare una crisi di governo. Il mini rimpasto che ha seguito la sconfitta al referendum della Giustizia è bastato per mostrare ai cittadini un esecutivo vulnerabile, che aveva al suo interno elementi non più adatti al ruolo. E che forse non lo erano mai stati.

L’ex Ilva ferma e il flop della vendita

La stessa Presidente del Consiglio non sarebbe affatto soddisfatta di come Urso ha gestito le emergenze del Paese. Non va certo dimenticato che il meloniano ha ereditato uno dei dicasteri più rognosi d’Italia, ma sembra davvero difficile immaginare un esito più negativo di quello attuale. Così, la proposta di Carlo Calenda arrivata nel 2025 di proporsi a titolo gratuito per gestire la vendita dell’ex Ilva assume toni quasi salvifici. Se non fosse che Meloni non avrebbe mai potuto accettare una mano tesa dall’opposizione.

Oggi, però, la questione è ancora più grave. Le offerte di Flacks GroupJindal Steel sono in bilico, in quanto non si riesce a individuare un punto di incontro tra solidità economica, paletti ambientali e capacità di rilanciare la produzione. Un’indiscrezione de Il Sole 24 Ore vede il governo intenzionato a bandire una nuova gara per cercare di coinvolgere altri operatori.

Sembra, dunque, che anche la scadenza di metà 2026 fissata da Urso per la cessione debba essere rimandata. Intanto, l’altoforno è fermo e i dipendenti potrebbero rimanere in cassa integrazione per un altro anno. Una situazione che ha ormai posto sul piede di guerra i sindacati, convinti che il destino di Acciaierie dello Stato sia ormai stato affidato a soluzioni improvvisate.

I fallimenti di Urso nel settore dell’auto

L’ultimo fallimento di una lunga serie. Non si può dimenticare la mancanza di interventi sul settore dell’automotive, un tempo fiore all’occhiello del Paese e oggi sempre meno competitivo. Nell’aprile 2024, Urso si era concentrato su un tema che a molti era apparso come superficiale: il nuovo modello presentato da Alfa Romeo non poteva chiamarsi “Milano” perché prodotto fuori dall’Italia. Il pericolo era quello di cadere nel tranello dell'”italian sounding“. Stellantis ha quindi deciso di rinominare l’auto “Junior“, senza però rassicurare il Paese o il governo sulla possibile delocalizzazione degli impianti in Nazioni in cui il costo dell’energia non è così alto.

Un anno dopo arriva un’altra presa di posizione sul settore. Urso, a fronte delle difficoltà, propose una riconversione industriale: via le auto e sì agli armamenti militari che sono più redditizi. Una sorta di economia di guerra per salvare la produzione e al contempo condannare all’oblio una delle punte di diamante della produzione del Paese. Una nuova proposta che ha infuriato i sindacati. A mancare è proprio la concretezza di fronte al costante calo della produzione. Il ministro ha annunciato il mese scorso incentivi mirati per i veicoli commerciali e alcune categorie specifiche per “sostenere la ripresa del mercato”. Le tempistiche e il loro contenuto, però, restano un mistero.

La voragine senza uscita del caro carburanti

Intanto, Urso si compiace dello sblocco dei fondi di Transizione 5.0, ovvero la misura che offre un credito di imposta alle imprese a patto che generino un risparmio energetico. Un incentivo chiesto con forza da Confindustria e con cui il ministro spera di appianare le distanze esistenti con Orsini. È ancora piuttosto evidente invece il divario con il settore dei benzinai, deluso dalle iniziative contro il caro carburanti, come quella del 2023 sull’esposizione forzata dei cartelloni con il prezzo medio di benzina e diesel in tutti i siti di rifornimento. Una proposta che poi fu bocciata dal Consiglio di Stato.

Proprio sul tema carburanti, poi, si incontra uno degli ultimi flop del ministero delle Imprese. Il decreto è nelle mani di Palazzo Chigi, che continua a rinviare il taglio delle accise con l’obiettivo di non far salire eccessivamente i prezzi alle pompe di benzina. Una decisione che però non è strutturale e che risolve il problema solo in superficie. Sul tema si è espresso anche il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, invitando Urso a prendere decisioni più concrete.

“Conto che il ministro convochi le compagnie petrolifere e faccia vedere loro il prezzo alla pompa e il prezzo alla produzione”, aveva detto lo scorso 11 aprile, mostrando un certo scontento sull’operato del Mimit da parte della stessa maggioranza. Una sfiducia che ora si traduce nell’immobilismo di Urso. Ogni sua azione potrebbe provocare più difficoltà che soluzioni, per cui il governo Meloni seppellisce ancora una volta la testa sotto la sabbia, nella speranza che gli italiani dimentichino l’esistenza di un intero ministero.

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