Al ministero della Cultura nessun posto è fisso troppo a lungo. A tre anni e mezzo dall’inizio del governo Meloni questa è l’unica certezza che aleggia in via del Collegio Romano. A provarlo sulla propria pelle per ultimi sono stati Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e considerato vicino al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti, responsabile della segreteria personale del ministro. Dopo il caso del documentario su Giulio Regeni, Alessandro Giuli ha voluto procedere ad un repulisti piuttosto accurato per lasciare spazio ad una nuova epoca, possibilmente più scarna di scandali.
Una decisione che ha generato una serie di riflessioni sulla possibilità che Giorgia Meloni potesse rimuovere lo stesso Giuli dal suo incarico. Quest’ultimo oggi ha passato un’ora a Palazzo Chigi proprio per discutere con la Presidente del Consiglio. Dalla sua nomina a ministro, il 6 settembre 2024, sono diversi i dossier che hanno creato qualche grattacapo al governo e che sono riconducibili all’operato del Mic. Eppure, dalla Presidenza del Consiglio non trapela altro che fiducia, almeno nelle note ufficiali. “Gratitudine”, “Solidità di un rapporto cordiale e proficuo”, “Impegni” e “Obiettivi”, sono queste le parole chiave di una nota con cui Meloni intende allontanare tutte le voci di una possibile nuova crisi.
Il fallimento di Giuli al Mic
Deve essere difficile ammettere i fallimenti di un ministero che avrebbe dovuto essere centrale e che avrebbe dovuto riportare in auge la cultura “di destra”, rafforzando l’egemonia del governo Meloni e portandola anche negli ambienti più vicini ai giovani, alle scuole e alle università. Un piano prima fallito con Gennaro Sangiuliano, allontanato dopo lo scandalo Boccia, e che ora nemmeno Giuli sta riuscendo a mettere in atto.
Dopo la sconfitta al referendum sulla Giustizia, il caso Delmastro, lo scontro con Daniela Santanchè, le indiscrezioni sulla grazia a Minetti, le pulizie di primavera di Giuli sono apparse come una scelta poco saggia e gestita in modo poco discreto. Il Corriere ha anticipato la notizia prima ancora che i decreti di licenziamento esistessero su carta. Un colpo durissimo che ha lasciato all’opposizione il campo libero per esortare il governo ad ammettere la crisi profonda che lo sta attraversando e che ormai si allarga anche all’interno del Collegio Romano.
Il pressing dell’opposizione
“Forse Arianna Meloni e gli altri del suo partito credono che siamo tutti stupidi e che non abbiamo capito che c’è una guerra fratricida in corso che vede nel ministero della Cultura un Vietnam non più sostenibile”, hanno sottolineato i capigruppo M5s in commissione Cultura al Senato e alla Camera Luca Pirondini e Antonio Caso. “Questa vicenda si inquadra in una lotta di potere. Non è un normale avvicendamento che riguarda rapporti fiduciari”, ha invece messo in luce Walter Verini del Partito Democratico, ricordando la gravità della situazione attuale.
Fonti vicine al ministro sostengono che il licenziamento di Merlino e Proietti sia solo l’inizio di un percorso più lungo di cambiamenti. In fin dei conti, Giuli deve dar conto di quasi due anni di obiettivi non raggiunti e crisi sempre più profonde. I lavoratori del cinema sono sul piede di guerra per i mancati finanziamenti e il disinteresse nei confronti di un settore che un tempo era il fiore all’occhiello del Paese. Produrre film costa e numerosi progetti non hanno potuto vedere la luce in questi anni a causa delle mancanze del Mic. Un caso su cui ora indaga anche la Guardia di finanza.
I dossier senza futuro nelle mani di Giuli
Il cinema, però, non è l’unico problema di Giuli. Il suo nome è finito al centro di uno scontro con Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, con cui il ministro si è scontrato a causa della decisione di far partecipare la Russia all’Esposizione di quest’anno. La Biennale è una fondazione indipendente, eppure Giuli ha inviato i suoi funzionari per comprendere i motivi che l’avrebbero spinta ad invitare gli artisti russi alla mostra. Un tema che ha riportato in auge il tema del sostegno politico all’Ucraina e le critiche per il doppio standard adottato nei confronti di Israele, Paese a cui è permesso partecipare all’Esposizione.
Quasi in contemporanea si è conclusa l’epopea di Beatrice Venezi come direttrice musicale al Teatro La Fenice di Venezia. Dopo diversi mesi di tensioni, con la sua nomina fortemente contestata dai membri dell’orchestra e anche dall’opposizione, secondo cui il suo nome sarebbe stato scelto solo perché vicino ad ambienti di governo e non perché realmente meritevole. La vicenda si è conclusa ad aprile con l’annullamento della sua nomina per alcune sue dichiarazioni nei confronti degli orchestranti. “Qui i posti passano di padre in figlio”, aveva dichiarato, scatenando l’ira dei suoi colleghi.
L’ennesimo fallimento del ministero di Alessandro Giuli, che aveva promesso di basare il suo ministero su riforme a favore delle Arti Performative e del cinema, integrando la cultura e lo sviluppo sociale. Un piano ambizioso, crollato sotto il peso di un’escalation di scandali e mancanze.
Leggi anche: Hormuz fa saltare i conti di Meloni: finiti i soldi per il bonus benzina, ora rischia il deficit
Seguite La Sintesi sui nostri social!
