Il 2025 è l’anno più feroce dalla fine della Guerra Fredda. Lo supera solo il 1994 con il genocidio in Ruanda. E il 2021 per il massacro in Etiopia. A confermarlo è Conflict Trends, il report annuale che si basa sui dati raccolti dall’Uppsala Conflict Data Program e che è stato pubblicato dal Peace Research Institute di Oslo. L’anno scorso si è raggiunto un altro inquietante e avvilente record: 65 conflitti in corso, il numero più alto dal termine della Seconda Guerra Mondiale. Tensioni che, inevitabilmente, producono una quantità indicibile di vittime.
Nel 2025 sono tre gli eventi che hanno provocato la morte di centinaia di migliaia di civili: l’invasione russa dell’Ucraina (370 mila), il massacro perpetrato in Sudan (75 mila) e lo sterminio di massa da parte di Israele nella Striscia di Gaza (70 mila). Il report indica un totale di 245 mila perdite tra civili e militari. Un numero che non conta però chi ha perso la vita a causa della fame, delle malattie causate dalla mancata assistenza sanitaria o dal blocco degli aiuti umanitari.
Non rientrano neppure le vittime che sono morte in un secondo momento nei campi profughi o quelle che, nonostante le ferite riportate, hanno tentato invano di raggiungere un ospedale. “Di solito riesco a trovare qualcosa di positivo tra i dati, ma quest’anno no”. Sono le parole di Siri Aas Rustad, tra gli analisti che hanno prodotto il report. “I numeri sono sconvolgenti”, ha concluso.
Non tutti i conflitti sono uguali
Il Conflict Trends analizza le varie forme di aggressione. Non sono sempre identificabili come guerre, che devono presentare diverse caratteristiche. Tra cui il coinvolgimento delle forze armate e le direttive di un attore statale. Ma ci sono anche le tensioni alimentate da un’escalation regionale o dal confronto tra un attore statale e uno non governativo. Infine ci sono le invasioni, come nel caso del conflitto russo-ucraino. Nei 65 prima citati, per intenderci, sono coinvolti “solo” 35 Stati e questo significa che alcuni di essi sono coinvolti su più fronti.
Nel numero poi non vengono considerate le tensioni che riguardano due attori non statali, senza il coinvolgimento – ufficialmente – di istituzioni governative. Sono le violenze che vengono perpetrate dalle milizie armate e che coinvolgono inevitabilmente anche i civili. I non-state conflicts sono stati 75 nel 2025 dunque, se aggiunto agli altri 65, il numero riportato da Conflict Trends diventa oltre il doppio. La maggior parte di questi si concentra in Africa, dove sono state registrate 34 guerre tra i gruppi presenti nel territorio. Ma anche in America Latina si sono verificati episodi simili lo scorso anno.
Ci sono poi le violenze più brutali: quelle portate avanti da un unico attore. Tensioni unidirezionali che si scatenano sui civili e che hanno mietuto 14 mila vittime nel 2024 e 76 mila nel 2025. La maggior parte in Sudan, a El Fasher. Qui, sono morte 60 mila persone. “L’aumento di violenza fa ormai parte di una tendenza di lungo periodo e non rappresenta semplicemente un picco temporaneo”. È questo il verdetto del report.
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