L’Italia è pronta a partecipare alla missione internazionale per riaprire e mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Giorgia Meloni ha confermato la disponibilità a inviare due cacciamine, ma ha posto due condizioni: un cessate il fuoco stabile e l’autorizzazione del Parlamento. Roma chiede inoltre agli Stati Uniti uno scudo di sicurezza per le unità impegnate nello sminamento.
Due cacciamine già pronti a Gibuti
Le navi individuate sono il Rimini e il Crotone, già schierate nella base italiana di Gibuti. Specializzate nella ricerca e nella neutralizzazione di mine e ordigni subacquei, potrebbero raggiungere le acque dello Stretto in meno di una settimana.
L’operazione dovrebbe coinvolgere circa cinquecento militari e avere un carattere esclusivamente difensivo. «Non andiamo a fare la guerra, andiamo a fare lo sminamento», ha chiarito il ministro della Difesa Guido Crosetto. Per partire, ha aggiunto, serviranno «un accordo implementato» e la garanzia che Stati Uniti e Iran accettino la missione.
Il governo dovrà riferire alle Camere e ottenere il via libera attraverso una risoluzione. Palazzo Chigi ritiene improbabile un voto contrario delle opposizioni, anche se potrebbe emergere la richiesta di collocare formalmente l’intervento sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il governo vuole garanzie
Il punto più delicato riguarda la protezione delle navi. Meloni e Crosetto vogliono sapere se Washington garantirà uno scudo di sicurezza durante i sessanta giorni di negoziati previsti dall’intesa tra Stati Uniti e Iran. Il timore è che una nuova escalation rimetta in pericolo le unità occidentali e faccia saltare la riapertura dello Stretto. A preoccupare sono soprattutto le minacce dell’estrema destra israeliana e la volontà di Benjamin Netanyahu di continuare i raid in Libano contro Hezbollah.
In una nota, Meloni ha indicato come «necessario» fermare le ostilità nell’intera regione e ha ribadito il sostegno italiano alla «sovranità libanese». Un messaggio diretto a Tel Aviv: l’accordo con Teheran non può reggere se Israele prosegue le operazioni che rischiano di provocare una nuova risposta iraniana.
Hormuz pesa sulle bollette
La missione non riguarda soltanto la sicurezza regionale. Il governo spera che la ripresa del traffico marittimo faccia scendere il costo di petrolio e gas prima del 3 luglio, quando terminerà l’ultimo intervento statale contro il caro carburanti.
La dichiarazione congiunta sottoscritta dai principali leader del G7 chiede una riapertura «rapida e completa» dello Stretto, con libertà di navigazione «incondizionata e senza restrizioni». L’Italia non vuole quindi che Teheran introduca pedaggi per cargo e petroliere.
Il ritorno alla normalità consentirebbe di evitare nuovi stanziamenti pubblici per contenere i prezzi alla pompa e ridurrebbe la pressione su famiglie e imprese. Per Roma, come per tutti gli alleati europei, la pace nel Golfo è anche una questione economica.
Il disgelo tra Meloni e Trump
Il vertice di Évian ha segnato anche il primo riavvicinamento tra Meloni e Donald Trump dopo due mesi di tensioni. I due hanno avuto una breve conversazione e sono stati visti scherzare a margine dei lavori. Secondo fonti diplomatiche, tra loro «non ci sono muri né ostilità».
Il clima era già parso migliore dopo l’incontro tra Crosetto e Pete Hegseth a Washington. Il segretario alla Difesa americano ha ringraziato l’Italia per «il crescente ruolo di leadership nella difesa europea» e ha confermato che gli Stati Uniti non intendono ridimensionare la presenza nelle basi italiane.
La partecipazione allo sminamento di Hormuz può consolidare il rapporto con la Casa Bianca. Ma Meloni lega il contributo italiano a condizioni precise: pace effettiva, mandato parlamentare e protezione americana. Senza queste garanzie, i cacciamine resteranno a Gibuti.
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