Osama Najeem Almasri, l’ex comandante libico che l’Italia fermò e poi rimandò a Tripoli su un volo di Stato nonostante il mandato d’arresto spiccato dalla Corte Penale Internazione, è stato condannato dal Tribunale penale di Tripoli a 7 anni e 4 mesi di reclusione per aver preso parte a episodi di tortura e aver imposto trattamenti degradanti nei confronti dei detenuti del carcere di Tripoli.
Per Almasri sono state disposte anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per la durata della pena e per l’anno successivo.
La condanna in Libia
Il Tribunale di Tripoli ha accertato la veridicità delle numerose accuse di torture e trattamenti crudeli e degradanti che i detenuti hanno subito sotto la responsabilità di Almasri. L’ex capo della polizia giudiziaria libica e comandante legato alla milizia Rada era stato arrestato a Tripoli il 5 novembre scorso su ordine della Procura generale.
La condanna non può non mettere in forte imbarazzo l’esecutivo di Giorgia Meloni. Per i giudici di Tripoli, come per la Corte Penale Internazionale, Osama Najeem Almasri è un criminale e un torturatore. Per il governo italiano, un anno e mezzo fa, era invece un uomo da liberare in fretta e rimpatriare con un aereo di Stato.
Il mandato della Corte penale internazionale
Sabato 18 gennaio 2025, la Cpi aveva emesso nei confronti di Almasri un mandato internazionale di arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Le accuse riguardavano fatti avvenuti nel carcere di Mitiga a partire dal 2015: omicidio, tortura, stupro e violenze sessuali, commessi personalmente, su ordine o con l’aiuto di membri della milizia Rada. Le vittime, secondo la Corte, erano detenute per ragioni religiose, politiche, morali o per presunti legami con gruppi armati.
Il 19 gennaio 2025 Almasri era stato fermato in Italia dalla Digos, dopo essere stato identificato nei pressi dell’Allianz Stadium di Torino al termine di Juventus-Milan. Due giorni dopo, però, la vicenda ha preso una piega inaspettata, e clamorosa.
Rimpatriato su un volo di Stato
Il 21 gennaio la Corte d’appello di Roma ha dovuto disporre la scarcerazione di Almasri. Il motivo era il mancato passaggio formale attraverso il ministero della Giustizia, che avrebbe dovuto attivarsi per chiedere la convalida e l’applicazione di una misura cautelare.
A quel punto il governo, anziché trattenere Almasri e consegnarlo alla Corte dell’Aia, lo ha espulso per presunti “motivi di sicurezza dello Stato” e lo ha rimandato in Libia a bordo di un volo dei servizi italiani.
La Cpi ha poi sottolineato che il rilascio e il rimpatrio erano avvenuti «senza preavviso o consultazione con la Corte». In altre parole: l’Italia aveva nelle mani un uomo ricercato per crimini gravissimi e, liberandolo, se ne era resa complice.
Le ricostruzioni contraddittorie del governo
Da quel momento, il governo ha cercato di superare l’imbarazzo mettendo in fila una serie di ricostruzioni parziali e contraddittorie.
Sul caso si è aperta un’indagine per favoreggiamento nei confronti del ministro della Giustizia Nordio, del Ministro dell’Interno Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, ma la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere e il fascicolo è stato archiviato.
Qualche mese più tardi, la Giunta per le autorizzazioni ha deciso di scudare anche Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministero della Giustizia, accusata di aver reso false informazioni ai magistrati.
Libero il torturatore, liberi tutti. Ma la vergogna resta.
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