Gli interrogatori di garanzia dei quattro indagati ritenuti responsabili dell’attentato contro il giornalista di “Report” Sigfrido Ranucci, avvenuto lo scorso ottobre a Pomezia, sono fissati in data 2 luglio. Il nodo principale da sciogliere rimane l’incognita sui mandanti. Su di loro converge l’attenzione degli inquirenti. Ma un riscontro decisivo potrebbe arrivare proprio a fronte delle ultime perquisizioni effettuate dai carabinieri.
Le autorità hanno sequestrato un quinto telefono cellulare in possesso di uno degli arrestati. Il sospetto della Procura di Roma è che questo dispositivo in particolare sia stato utilizzato per comunicare con un intermediario ancora da identificare e dunque funga da anello di congiunzione con chi ha realmente voluto e pianificato l’attentato. «Quello». Così i colpevoli materiali hanno definito l’uomo.
I pm hanno chiarito di non escludere nessuna pista. Non è detto infatti che l’attentato sia collegato alle inchieste del giornalista. Da una prima ricostruzione, sembra che l’intermediario abbia avuto rapporti diretti con Pellegrino d’Avino, uno dei quattro indagati.
Il gip ha spiegato che d’Avino «ha preso contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante o colui che parlava per suo conto» e che quest’ultimo si è «reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio in favore degli esecutori dell’attentato», offrendo «risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative».
È emerso inoltre che i quattro avevano ricevuto indicazioni precise. Incluso un programma di depistaggio: qualora i carabinieri fossero risaliti a Passariello – l’uomo che ha materialmente piazzato la bomba, nonché padre di D’Avino –, il 53enne avrebbe dovuto negare tutto, dichiarando di non essere mai stato a Roma o, al massimo, di essersi trovato nella Capitale solo per assistere a una partita di calcio.
Non solo, le indicazioni del mandante prevedevano che se D’Avino fosse stato identificato dalle autorità e arrestato, il gruppo avrebbe dovuto addossare la colpa a un cittadino di origini albanesi, incrociato a Ostia pochi giorni prima per questioni di droga. La versione concordata prevedeva di dichiarare che lo straniero gli avesse offerto tremila euro per piazzare l’ordigno, tenendolo però all’oscuro della reale identità della vittima.
A ogni modo, le accuse alle quali gli imputati dovranno rispondere sono piuttosto pesanti. Dalla detenzione e uso di ordigno esplosivo, al danneggiamento e minaccia, passando per l’aggravante del metodo mafioso. Il gip non ha invece riconosciuto il reato di strage, ma la Procura ha intenzione di mantenere il punto.
Intanto la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) ha espresso solidarietà a Sigfrido Ranucci. Ha quindi annunciato che è pronta a costituirsi parte civile nel futuro processo, chiedendo che si faccia presto piena luce sui responsabili e sul movente.
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