Il campo largo esulta per la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze e i «listini bloccati», ma rimane il fatto che dentro la coalizione progressista i partiti spesso faticano a trovare una quadra. Poco prima del voto alla Camera, i leader si sono incontrati a pranzo per dettare la linea sull’estensione del voto ai fuorisede. L’ex premier pentastellato Giuseppe Conte è stato inamovibile: «La nostra battaglia sin dall’inizio è ampliare il più possibile la partecipazione e garantire un sacrosanto diritto». Ma la capogruppo dem in Commissione Affari costituzionali Simona Bonafé ha chiesto: «Se la legge andava rifiutata in blocco, in blocco non significa pure respingere anche questo emendamento?». Alla fine la modifica è passata a Montecitorio all’unanimità.
Ora che la presidente del Consiglio minaccia il voto anticipato – effetto collaterale del «tradimento» dei franchi tiratori sulle preferenze –, nel centrosinistra tornano sul tavolo due «dossier»: le primarie e il programma elettorale. Le prime si giocano tra la segretaria dem Elly Schlein e il leader del M5S Giuseppe Conte. Quest’ultimo ha già affermato di essere pronto a un confronto «magari già la settimana prossima». Il Pd però non ha fretta di indicare il candidato premier, anche perché il Melonellum non ha ancora ottenuto il via libera alla Camera e il Rosatellum non prevede che i partiti decidano chi guiderà la coalizione prima del voto.
C’è poi il nodo della politica estera, sulla quale ognuno ha sviluppato una linea diversa. Soprattutto sulla guerra russo-ucraina e sul riarmo dell’UE. Il problema è che, con l’attuale assetto mondiale – dominato dalle tensioni crescenti e dagli innumerevoli conflitti aperti –, è molto probabile che la campagna elettorale si concentri proprio sui dossier internazionali. Lo ha sottolineato anche l’ex premier Paolo Gentiloni – in occasione della presentazione del libro di Pietro De Luca sull’Europa – che ha ironizzato: «Che facciamo? Niente. È la cosa migliore».
Eppure il campo largo continua a chiedere a Meloni di salire al Quirinale. Un’eventualità plausibile, qualora non dovesse passare la riforma della legge elettorale alla Camera. La premier ha avanzato questa ipotesi, avvisando gli alleati (e i franchi tiratori). A quel punto il fronte progressista avrebbe poco tempo per raggiungere un’intesa e strutturare una campagna elettorale che possa convincere gli elettori a votarli. La coalizione, nei fatti, va ancora costruita.
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