giovedì 16 Luglio 2026
Campo largo

Il campo largo ritrova l’unità, ma la politica estera resta il vero nodo

Il fronte progressista deve ancora raggiungere un’intesa sui dossier internazionali. Il Pd frena anche sulla scelta del candidato premier

Di Maria Vittoria Ciocci
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Il campo largo esulta per la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze e i «listini bloccati», ma rimane il fatto che dentro la coalizione progressista i partiti spesso faticano a trovare una quadra. Poco prima del voto alla , i leader si sono incontrati a pranzo per dettare la linea sull’estensione del voto ai fuorisede. L’ex premier pentastellato Giuseppe è stato inamovibile: «La nostra battaglia sin dall’inizio è ampliare il più possibile la partecipazione e garantire un sacrosanto diritto». Ma la capogruppo dem in Commissione costituzionali Simona Bonafé ha chiesto: «Se la andava rifiutata in blocco, in blocco non significa pure respingere anche questo emendamento?». Alla fine la modifica è passata a Montecitorio all’unanimità.

Ora che la presidente del Consiglio il – effetto collaterale del «tradimento» dei franchi tiratori sulle preferenze –, nel centrosinistra tornano sul tavolo due «dossier»: le primarie e il programma elettorale. Le prime si giocano tra la segretaria dem e il leader del M5S Giuseppe Conte. Quest’ultimo ha già affermato di essere pronto a un confronto «magari già la settimana prossima». Il Pd però non ha fretta di indicare il candidato premier, anche perché il Melonellum non ha ancora ottenuto il via libera alla Camera e il Rosatellum non prevede che i partiti decidano chi guiderà la coalizione prima del voto.

C’è poi il nodo della estera, sulla quale ognuno ha sviluppato una linea diversa. Soprattutto sulla guerra russo- e sul riarmo dell’UE. Il problema è che, con l’attuale assetto mondiale – dominato dalle tensioni crescenti e dagli innumerevoli conflitti aperti –, è molto probabile che la campagna elettorale si concentri proprio sui dossier internazionali. Lo ha sottolineato anche l’ex premier Paolo Gentiloni – in occasione della presentazione del libro di Pietro De Luca sull’Europa – che ha ironizzato: «Che facciamo? Niente. È la cosa migliore».

Eppure il campo largo continua a chiedere a Meloni di salire al Quirinale. Un’eventualità plausibile, qualora non dovesse passare la riforma della legge elettorale alla Camera. La premier ha avanzato questa ipotesi, avvisando gli alleati (e i franchi tiratori). A quel punto il avrebbe poco tempo per raggiungere un’intesa e strutturare una campagna elettorale che possa convincere gli elettori a votarli. La coalizione, nei fatti, va ancora costruita.

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