Il contingente italiano in Iraq inizia a sfoltire i ranghi, ma la Difesa precisa che non è una ritirata. Quattro gli elicotteri NH90 dell’Esercito che hanno lasciato la base di Erbil, decollando verso la Turchia durante una tregua negli attacchi missilistici che da giorni continuano a colpire la zona. La decisione è diventata inevitabile dopo che un attacco alla mensa dei nostri militari la settimana scorsa, dimostrando l’estrema vulnerabilità della base ai droni. Oltre al ritiro dei velivoli, si valuta anche il rientro di quattro carabinieri impegnati nell’addestramento della polizia locale a Baghdad, dove la situazione è talmente critica da rendere possibile la chiusura temporanea dell’ambasciata italiana. Le operazioni, assicurano fonti militari, riprenderanno non appena il quadro di sicurezza lo permetterà.
Il nuovo rischio è in Libano
Mentre l’Iraq brucia, il fronte del Libano meridionale è ormai fuori controllo. Nella zona operano circa 1.300 militari italiani provenienti principalmente dalla brigata Sassari, finiti già nel mirino del fuoco incrociato tra Israele e Hezbollah. Nelle ultime ore, frammenti di razzi sono caduti sulla base di Shama, causando il ferimento lieve agli occhi di un soldato.
La loro attività consiste nel supporto alla popolazione e nella scorta ai convogli di aiuti umanitari, con la possibilità di usare le armi solo per legittima difesa. I militari italiani restano quindi testimoni sgraditi di quanto accade tra le milizie filoiraniane e le forze israeliane.
Ma gli episodi di tensione non accennano a placarsi, numerose cannonate sono esplose a pochi metri dalle postazioni Onu e colpi sparati da distanze ravvicinate che difficilmente possono essere considerati errori di identificazione. Il ricordo dell’autunno 2024, quando i tank israeliani colpirono il quartier generale di Naqura, resta una ferita aperta che complica i rapporti diplomatici e mette a rischio la sicurezza dei nostri caschi blu.
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